PIZZULIANNU PIZZULIANNU di Giambattista Sofia

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COD: isbn978-88-6282-046- 2 Categoria:

Descrizione

POESIA IN DIALETTO SICILIANO
scrivu picchì sugnu ammuttatu, ammuttatu d’u mo’ cori! La poesia che nasce dal cuore rinuncia alle cattedrali dell’intelletto, divenendo il diletto del tempo domestico: lento brusio che accomuna ogni uomo al momento di disarmare le inquietudini dell’essere mortale, ricordare il tempo passato e osservare il presente con un pizzico di amarezza. Il poeta veste le parole con i drappi dell’immagine. Quel voler dire che si dilegua di fronte ai sentimenti e alle sensazioni più comuni rappresenta l’esca fugace della creazione artistica. La poesia compensa il vuoto di parole che ci sorprende ad un passo dall’intimità . A confermarlo è¨ la intima nostalgia di Giambattista Sofia che nasconde immagini della vita campestre, “veru incantu di la carusanza” quando l’avventurarsi per i terreni incolti accresceva un selvaggio istinto di libertà  pura. La campagna è¨ luogo di misteri, di rifugi segreti, angolo dell’infanzia in cui la scoperta di un nido vale tanto quanto quella di un fiore e la solitudine non fa ancora paura. Qui la natura diviene specchio incontaminato della giovinezza che sa cogliere con stupore la bellezza delle piccole cose, rinvigorendo una grazia poetica, istintiva e complice. Il risvolto di tale empatia discerne i frutti di una natura i cui caratteri antropomorfi non tardano a formare l’innata semplicità del fare poesia. La sensibilità  quasi francescana di coloro che parlano alla pioggia e al vento (non alle orecchie da mercante), svela una simbiosi primordiale con la potente innocenza del creato che, se personificato (ddu ciuriddu si lamintava, cu la testa a pinnuluni), dischiude gratitudine e devozione verso un Dio artista che l’autore definisce felicemente poeta. Il pensiero della morte, l’appuntamentu, è¨ spezzato dalla sottile ironia che bussa alle porte di un paradiso troppo alto per chi soffre di vertigini e di un inferno terrestre, unica e sola sede del dolore umano. Tale inquietudine non sempre  mostra i segni di chi patisce il tempo della vecchiaia, intriso di ruggine e specchi ormai rotti, leso dalla rabbia di non essere pù”lu cardiddu” di una volta. Muse e fortuna costellano il gioco poetico di un uomo che non teme di patteggiare con santi e Padre Eterno, pur di scovare indizi sulla propria sorte o decifrare l’enigma della vita. Il rischio di mescolare il caso e la provvidenza trova licenza nella riflessione sulle incertezze del mondo moderno, disorientato da capricci e frivolezze, estranee agli occhi di chi osserva ancora con le lenti di ieri. Egli si concede l’urgenza di invocare allo stesso tempo destino e fortuna, devozione e ironica lucidità , strumenti a contrasto, al fine di verificarne i piacevoli effetti su un pubblico sempre eterogeneo. Gianbattista Sofia sa di trovarsi in accordo con il suo lettore. Egli desidera confermarne la sintonia in occasione di ricorrenze, pranzi di famiglia, incontri, in cui, attraverso la musicalità  degli stessi versi, era possibile tradurre in sorprendenti rime ciò che gli altri pensavano da sempre o amavano sentirsi dire con parole speciali. Le piccole verità  di una poesia eclettica solleticano il capo di chiunque paragoni un tempo che sfugge ad un tempo vissuto, benedetto da Dio poiché fu come fu e per questo fu sacro. Il tempo in cui “c’erunu i cuntadini” appare pulito, dignitoso, un’epoca remota, i cui ritmi quotidiani trasudano la nobiltà  di sentirsi gratificati al termine di una giornata straziante. Schegge di verità che fanno annuire colui che pesa il valore sulla bilancia dell’esperienza vissuta. Lo scenario degli antichi mestieri, carrettieri e lustra scarpe, lascia oggi il posto all’insoddisfazione degli ingrati che ottengono tutto e subito: denaro, vino, amore. Accurato bersaglio poetico dell’autoreè la donna, prima artefice della facile conquista. Nell’immagine del “pumu muzzicatu”, questa sembra aver perso le classiche fattezze della moglie “duttur”, premurosa e riverente nei confronti del marito, per divenire “fimmin” selvaggia e rivendicatrice . Gli anni del femminismo disordinano i ruoli familiari e per il poeta tradizionalista non è immediato notarne l’ottimismo. La critica serrata alla famiglia negligente, alla pigrizia dei giovani e alla donna impertinente traggono sollievo dall’allegra lode alla terra natia, “Sicilia, cosa duci”. Le note severe nei confronti di una società  difficile sembrano stemperarsi in ogni caso sulla letizia di una poesia ilare, riflessiva ma non seriosa, la cui musicalità dischiude luci e tenebre asciutte, libere dal dramma tragico o romantico. Versi disinvolti in grado di rovistare tra le delizie del passato e le beffe del presente, la cui frizzante audacia non è altro che l’antidoto contro il torpore delle ossa stanche, la verde possibilità  di morire ridendo, lieto e incosciente, perché no, come un “Carnaluvari”. (Marina Guerrisi)

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