«Allora mi sono trovato spesso a pensare che se mi avessero fatto vivere dentro un trovo d’albero morto, senza poter fare altro che guardare il fiore del cielo sopra la mia testa, a poco a poco mi sarei abituato. […] Ma, a pensarci bene, non ero dentro un albero morto. C’era gente più infelice di me. Tra l’altro era una idea di mamma, e lo ripeteva spesso, che alla fine ci si abitua a tutto»

  • Lo straniero, Albert Camus

Oggi ha piovuto. Da quando ho aperto gli occhi, dando così il via alla mia settimana, il cielo si è presentato alla mia vista di un colore bigio, sembrava che qualcuno avesse acceso un grande fuoco e ne avesse lasciato le ceneri a colorare le nuvole. Il sole non è mai uscito fuori, salvo qualche raggio timoroso, però faceva comunque caldo. Alcuni cittadini avevano iniziato a farsi il bagno al mare, il porticciolo era pieno di bagnanti, alcuni persino già abbronzati. Forse avevano iniziato già da prima ad andarvi, forse non avevano mai smesso. Al contrario della domenica appena passata, i pescatori non riempivano la parte sinistra del porticciolo e il personale del bar della piazza non aveva ancora tirato fuori i tavolini. Forse avevano paura che potesse piovere all’improvviso, bagnando tutto. Alla fine, però, era stata una mattina asciutta, solo il pomeriggio aveva regalato un po’ d’acqua all’asfalto della città.

Io ero lì, guardavo il mare in giacca e camicia e mi martoriavo il cervello con le mie solite domande. Stavo leggendo un libro per distrarmi. Leggere è sempre una buona scelta, alleggerisce la mente o quanto meno la porta verso altri lidi, isolando i pensieri che l’assalgono, soprattutto se si tratta di persone particolarmente sensibili. Essere così non aiuta, rallenta e basta. Rallenta nel lavoro, rallenta nell’amore, rallenta persino il processo che porta ad addormentarsi. Se dovessi provare a menzionare un solo aspetto positivo di questa sensibilità che tanto mi pesa sul petto, direi che, almeno, rende più empatici. Tanti hanno provato a giustificare questo eccesso. “Sei troppo buono”, “non hai abbastanza fiducia” e così via.

Quando ero piccolo, con l’avvento della primavera, mi ammalavo spesso. Non era allergia, semplicemente mi beccavo sempre una febbre molto alta che spesso andava ad interessare le mie povere tonsille. Eppure, ad oggi, hanno resistito. Una volta ho sperato con tutto me stesso che fosse la volta buona per farsele togliere. Mi sbagliavo. Trovo tante somiglianze con le mie tonsille: martoriate, pronte ad essere tolte, ma ancora lì, loro sì che sono davvero resilienti.
Oggi, comunque, la primavera è solo un sinonimo di nostalgia, un vortice di polvere dov’è difficile scrutare qualcosa che non sia siccità: c’è la morte di mio padre, una nuova bella stagione che sta per fiorire, la paura di vivere sotto il sole che non tramonta mai prima delle 19:30 (a volte anche delle 20:00) nuovi dolori, come è già avvenuto in passato. Eliott scrisse che aprile fosse il mese più crudele, anni dopo Francesco Guccini si è chiesto quali segreti questi avesse scovato per definirlo tale. Non so che segreti avesse trovato il primo, ma potrei rispondere al secondo riferendogli i miei. Intanto continuavo a leggere, il mio proposito di prendere un caffè decaffeinato o un cappuccino era mutato dapprima in una centrifuga, dissetante, colorata e salubre, ottima contro l’arsura di questa giornata anomala, poi, visto che non vi erano ancora posti a sedere fuori, in un bel niente. Poco male, ne avrei preso uno a casa, al più domattina a colazione.

Si trattava solo di aspettare o forse d’esser vili. Lo stesso cantante di cui sopra accusa chi non si alza presto al mattino d’esser vile e codardo. Forse lo sono. Ho davvero grossi problemi ad alzarmi. Mi sveglio di buona lena solo quando sono di buonumore, il che, ultimamente (se con tale parola si può comprendere il lasso temporale degli ultimi due anni) è cosa abbastanza rara. Anzi, trovo spesso conforto nel sonno. Prima dovevo fare i conti con gli incubi, ora riesco persino a domarli. O mi sveglio prima dell’immagine nefasta o ribalto l’esito del sogno. Nei miei sogni sono resiliente, come le mie tonsille.

Tempo fa ho letto “L’ultimo giorno di un condannato a morte” di Victor Hugo. L’ho trovato un libro estremamente interessante, l’ho finito quasi subito, così come sta accadendo con il libro che sto leggendo adesso, guardando questo mare, “lo straniero” di Albert Camus. Ho riflettuto a lungo su come si sia sentito il condannato a morte, su come e perché taluni si comportino con lui in un determinato modo e altri no. La morte imminente, alla cui già primigenia certezza ch’essa avverrà, ne viene aggiunta una seconda, riguardante il dato temporale, quasi sempre incerto, cambia il modo che hanno le persone di rapportarsi con il condannato. Si è più affabili, alcuni possono persino scegliere che ultimo pasto avere, come se ci potesse effettivamente godere il cibo in questione, qualunque esso sia, sapendo che sarà l’ultimo. È forse questo il segreto per adorarlo? Dipende. Zeno adorava fumarsi l’ultima sigaretta, ma in cuor suo sapeva che – volendo – avrebbe comunque avuto la possibilità di fumarne un’altra. Il condannato no. Ultima scelta, ultimo pasto e ultima notte, probabilmente in bianco, dato che l’ultima notte per dormire era già spirata da tempo. A volte, pensai, avrebbe potuto scordarsi dell’imminente esecuzione, poi, dal nulla, come un fulmine a cielo sereno il pensiero sarebbe tornato. E più il giorno si avvicinava, più, probabilmente, i gendarmi preposti alla sua custodia sarebbero divenuti più affabili, altri si sarebbero invece resi sempre più distanti, altri ancora avrebbero optato per una via di mezzo. Il condannato a morte ha una sola ultima vera scelta, cedere o restare fino all’ultimo momento lucido, accettare ciò che verrà, magari con un coraggioso sorriso.

Ci sono state volte dove mi sono sentito così, dove sapevo l’esito di ciò a cui sarei andato in contro. “Ma tu non sei un condannato a morte” mi ripetevo tra me e me, stringendo i denti. Vero, ma avevo una cosa in comune con questa categoria, conoscevo le modalità e i tempi dell’atto conclusivo di un capitolo della mia vita, ancor prima che questo avvenisse. Era terribile, non mi permetteva di godermi nulla, convivo con una perenne sensazione di ansia e angoscia. E più questo schema si ripeteva, più venivo divorato dalle mie incertezze che, presto, si arrogavano il diritto di divenire certezze. Era ragionevole prevedere, per me, che il fulmine potesse cadere due volte nello stesso posto. “Che stronzata!” mi dicevo da solo, poi, puntualmente, ci credevo. Così sperare in un esito diverso non era più una questione di raziocinio, ma un atto di fede. Ed io in queste cose non sono mai stato bravo.

Intanto avevano appena iniziato a montare qualche seduta all’aperto, tirato fuori il tendone e così via. Era troppo tardi per ordinare qualsiasi cosa, avrei letto un altro po’ e sarei tornato in studio. Amavo quel borgo, soffrivo nel doverci necessariamente andare di meno. Fantasticavo spesso di comprare una casa che si affacciasse su quella piazza, di passeggiarvi con chi avrei amato come nessuna, di andarci in cupi momenti di sofferenza per trovare nuova linfa, di recarmici per il puro gusto di farlo. Purtroppo per me, di case neanche a parlarne e momenti cupi da superare a bizzeffe. C’erano giorni di tempesta dove alcune parti della zona erano impraticabili. Le tempeste spezzano la maggior parte degli alberi, altri invece resistono, si piegano, quasi fino a rompersi, quasi, per l’appunto, perché alla fine non si spezzano mai. E così accadeva anche con la mia anima, muso di capodoglio cosparso di cicatrici, ma mai domito. Forse era proprio questo il punto, resistere ad ogni costo. Sarebbe stato più bello, facile e forse anche eroico arrendersi, lasciarsi spezzare, magari si sarebbe persino ricresciuti diversamente. E invece no, eccoci qui, a restare in mezzo alla bufera, come ad urlare al mondo che non importa come ci ridurrà, noi saremo sempre lì e tutti ci ricorderanno di me come coloro che non hanno temuto la morte e il dolore, almeno quella degli altri, l’avrebbero sempre affrontata a petto in fuori e con un sorriso raggiante. Poi, dentro l’anima, il buio. Quello sarebbe stato per pochi, forse per nessuno. Occorreva esserci per gli altri, forse un giorno qualcuno ci sarebbe stato per noi. Permaneva una domanda: “Noi, chi?”

La stanchezza, però, si faceva sentire. Mi venivano in mente le parole di Verga. “Il cuore si stanca anche lui, vedi; e se ne va a pezzo a pezzo, come le robe vecchie si disfanno nel bucato”. Anche il mio stava andando via, pezzo a pezzo. Avevo bisogno di sentirmi speciale, chi avrebbe dovuto assolvere a questa funzione? Non so se avessi ancora la pazienza di aspettare. L’ultima volta che mi ero sentito così risaliva al funerale di papà. In quell’infinito quanto necessario momento, mi dissero: “tuo padre diceva che eri speciale, ma non pensavo così tanto”. Poi soltanto sporadici sprazzi di questa sensazione, raramente una costante. Io volevo volare con le aquile, ma, forse, alla fine, ero solo un tacchino. Stavo perdendo l’entusiasmo. Comunque si era fatto tardi e io dovevo tornare alla mia pratica da avvocato.

Così mi incamminai, giacca e camicia, libro chiuso, verso il mio scooter. Sospiravo, ascoltavo la musica e guardavo al cielo in cerca di risposte. Forse sarebbe bastato un abbraccio. C’erano davvero troppi forse nei miei pensieri e questo lasciava intuire quanto il mio cervello non riuscisse a fermarsi, nonostante fosse al limite del collasso. Un maratoneta che corre perché il dovere glielo impone, nonostante il suo cuore sia prossimo a scoppiare. Nulla più, nulla meno. Continuiamo a correre, sospinti da una forza d’inerzia invisibile che ci impone di andare avanti, noi che non ci arrenderemo mai, che non ci sarà più qualcuno a farci sentire speciale, che forse già c’è, ma ancora non lo capiamo, che vogliamo volare alti in cielo, ma per ora guardiamo solo le nuvole, noi alberi non spezzati, continuiamo.

Mentre salivo in scooter mi balenò in testa il ricordo del mare di Sharm. Era blu cristallino, bellissimo e profondo, fresco, ma anche pericoloso, pieno di coralli. Non si vedeva il fondale nel punto in cui, tanto tempo fa, abbiamo fatto il bagno. Papà si è persino punto, sfiorando un corallo. Alcune persone per me erano così, come il mare di Sharm: bellissime, ma imperscrutabili, a tratti pericolose, bisogna stare attento ad immergersi, ma si doveva fare senza paura alcuna. Questa volta, ahimè, non c’era nessuno a guidarmi tra quelle acque. La testa si era di nuovo messa in moto, ma adesso era venuto il momento di imporle di fermarsi. Mi sbattevo forte la mano nel petto per capire se, oltre la testa, potessi farmi male anche il cuore. Non era così, non in quel caso. Adesso il peso nel mio petto doveva divenire marginale perché c’era del lavoro da svolgere.
Una cartella di pagamento, un ricorso, un’istanza: tutte azioni che, pian piano, stavo provando ad imparare affinché, un giorno, riuscissi a districarmi nelle branche più anguste del diritto in totale autonomia.

E alla fine ha piovuto. Mi sentivo solo e non mi piaceva affatto.