DIO INVISIBILE MA DIO DAPPERTUTTO - di Mario Grasso.

 

 

    

DOVE VAI?

E già: dove vai se la protezione non ce l’hai? Fosse solo per fermarti a comprare le nespole fresche che dal furgone posteggiato ai quattro canti di città più vicini alla tua abitazione, ti consegna, in igienica busta di plastica fine, il signor Masino Mafioni con un sorriso stampato sul viso e un rispettosissimo “arrivederla”. Non che le nespole fresche che offre Masino Mafioni siano più fresche di quelle esposte all’ingresso del negozio di “Frutta&verdura”, trenta metri più in là rispetto al furgone-supermercato del signor Masino. Ma per il semplice fatto che questo signor Mafioni è un "mbulante fisso"del crocevia, uno che qualche moto di empatia lo trasmette e lo fa sentir germogliare nel petto del passante qualunque. E se l’ufficio igiene e sanità del comune chiude l’unico suo ciclopico occhio, perché non dovresti strizzare i tuoi due in direzione di chi sfida le intemperie e gli smog, le polveri sottili e lo spurgo venefico di almeno diecimila auto al giorno, per guadagnarsi quel minimo sostentamento economico che gli consente di portare il pane a casa?

     E dove metti il peso psicologico che preme su chi non trascura la realtà del mondo fatto a scale? Ma non per l’aspetto che la scala possa proporre di sue necessarie gerarchie, quanto di energia dello stesso genere di cui ha lasciato esperienza ammonitrice l’Alighieri con quel suo resoconto in metafora su quanto è duro calle lo scendere e il salire per l’altrui scale. Per calmi o prevenuti che si sia, qualche segnale di fiatone lo imporrano fino a farlo sgradevolmente manifestare, le scale, a chi ne affronta l’itinere gravoso. E anche quando non sia che da varcare una soglia, l’accedere oltre l’uscio, come offre l’agevole ingresso per la clientela il negozio di Frutta&Verdura della signora Venera Sardingo, varcare e senza ombra di alcun gradino che ammicchi a una scala, eppure c’è da mettere in conto la motilità sublimale a fronte di un accedere in casa altrui. La scala non c’è in quanto materialmente tale, ma la "sensibilità del profondo" ne avverte ugualmente stressante presenza.

     Dove vai? O forse sarebbe meglio dire: “dove credi di potere andare?” Il senso compiuto della frase esorcizza l’equivoco sotteso nella strofe allusiva di quella canzonetta di mezzo secolo fa, metafora spudoratamente maschilista, che tutt’ora resiste nel ricordo di quanti l’hanno sentito cantare ad Alberto Sordi o l’abbiano loro stessi accennato in falsetto canticchiandola: Dove vai, se la banana non ce l’hai?

2 – Per chi vive in Sicilia la metafora della banana copre, mimetizza, cela qualche avvertimento. Anche se non è mai abbastanza comprensibile un suggerimento fondato su banalissimo simbolo ortofrutticolo. Che poi è anche glifo d’aura esotica, considerando che le banane vengono importate. E non dall’altrettanto allegorica Repubblica delle banane, che non ha mai avuto un suo territorio né un riferimento con iniziale maiuscola come qui, perché di volta in volta e di caso in caso può essere localizzata in qualsiasi parte del mondo, persino dove mai sono cresciute piante da banane. Eppure è così in un mondo che si manifesta con linguaggi chiari per tutti anche quando viene risparmiata la voce e si preferisce il gesto o la figura. Come può capitare proprio in Sicilia per chi vive in Sicilia. Qui il “Il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola”, non è quello cui alludeva Manzoni pensando al post-mortem di Napoleone abbandonato dagli uomini ma non dal Dio della fede si Manzoni, appunto, il “nostro dio” è cosa nostra, è un dio concretamente presente dovunque, dai posteggi per le automobili all’ingresso a uno spettacolo. Un deus sive natura tutt’altro che filosofico-spinoziano d’astratta linea di pensiero ma di una realtà talmente concreta da poterci far affermare che non c’è alcun dio dove tutto è dio, lo stesso ineluttabile dio che ciascuno, vivendo in Sicilia si trova nei propri polmoni, perché costituente imprescindibile dell’aria che si respira. Ed ecco le patologie di chi è spontaneamente allergico alle atmosfere divine.

3 – Dove vai se il passaporto non ce l’hai? Curioso esito della destinazione all’anonimato che si è obbligati a seguire. Curioso perché vi si rispecchia beffardamente l’anonimato della presenza di dio dove tutto è dio; l’invisibile che è così perfettamente tale da poter essere dichiarato inesistente e … chi si trova al monte non cerchi di fuggire verso il piano, e viceversa. Un dettato quest’ultimo che giunge da siti remotissimi e insospettabili in quanto tali sono da considerare le fonti dell’Apocalisse. La morale infatti è sempre a senso unico: “Dove credevi di potere andare? La vita continua. Il segreto che  svela questa locuzione è la chiave di tutto. La password per andare. Procedere anche se si è costretti,  a segnare il passo. Anche se si è da sé stessi deciso di continuare segnando il passo per darsi l’illusione del procedere, ma in realtà per una ragione più concreta, quella igienica del movimento, come per chi ha scelto di fare il viaggiatore imponendosi e obbligandosi a non andare da alcuna parte, fosse solo per quel senso di pigrizia che scoraggia l’intraprendere pratiche per rilascio di passaporti, anch'essi con insita burocratica scadenza e proprio perché ha capito che c’è scadenza per tutto in questa vita  e che la differenza tra il pagherò, la cambiale commerciale e quella dell’esistenza consiste nel fatto che quest’ultima non risulterà mai firmata dal debitore per accettazione. Né vi è apposta scadenza. Dove si credeva di potere andare? Risate dell’uomo che si ritiene saggio perchè professa coerenza all'ovvio. Risate perché la scadenza non dipende da chi viene chiamato a onorarla in quanto, come detto prima, non reca alcuna   firma di accettazione o sottomissione, ma articolata da un principio innato di occulta violenza cioé da un sadico capriccio o calcolo del creditore autoreferente, condannato, però, a sua volta, a ripetere a vuoto procedure d’incasso e pignoramento a carico di nullatenenti.

mariograssoscrittore.it