Ho conosciuto Mario Grasso – salvo errore – negli anni Novanta. In quel tempo lavoravo nella libreria Feltrinelli di via Maqueda. A metterci in comunicazione fu l’amica e collega Lia Vicari. Con Grasso, acese, ma per me catanese a tutti gli effetti, si instaurò da subito una corrente di simpatia; simpatia che ogni volta che lui veniva in libreria – cioè quasi ogni mese, poiché ci consegnava la rivista La Gazzetta ufficiale dei dialetti – riprendeva vigore, poiché lo sottoponevo a un martellamento incessante di domande sulla letteratura Siciliana, della quale aveva una conoscenza vasta, minuziosa e sorprendente. Mario Grasso con liberalità e signorilità si disponeva alla conversazione verso l’allievo ignorante, e questo suo tratto peculiare me lo rendeva istintivamente amico. Egli non dava molto peso a certi sfondoni che mi uscivano dalla bocca, li valutava per quello che erano, cioè gli improvvisi innamoramenti per scrittori che a lui dicevano ben poco. Grasso accompagnava il tutto con un sorriso rispettoso, ma velato di sicula ironia. Nacque così la nostra amicizia, sotto il segno della letteratura e, segnatamente, di quella siciliana. Parlando e parlando mi informò dei suoi tanti interessi: la poesia, la critica, i dialetti e la paremiologia, ma anche della semiotica aveva larga conoscenza, per non dire della cultura letteraria russa. Fu anche un prezioso talent scout. Cominciai così a scoprire cose che non conoscevo. Il mondo dei proverbi siciliani – ad esempio – legati alla cultura linguistica e materiale dell’isola, in bocca a lui si coloravano di significati diversi e profondi, fuori da qualsivoglia colore locale. Grasso come D’Arrigo amava Verga e lo scrittore di Vizzini era sempre in cima ai suoi interessi. Sosteneva con piena convinzione che: “Senza Verga non avremmo avuto Stefano D’Arrigo”. Devo ricordare per completezza, che quelle nostre veloci e fruttuose conversazioni si svolgevano in mezzo alla calca dei clienti, i quali a turno mi reclamavano, e quindi ero costretto a troncare quelle dotte e interessantissime discussioni. Tutta la letteratura siciliana in quei pochi minuti passava in rassegna, sottoposta alla lente di ingrandimento e al bisturi critico di Grasso, il quale con modi pacati, ma fermi, attribuiva le sue irrevocabili pagelle: Verga, Tomasi di Lampedusa, Sciascia e Consolo, Bufalino, Bonaviri e Quasimodo… per ricordarne solo alcuni. Poiché avevo trovato questo scrigno di competenze, il nostro dialogo è proseguito sotto altre forme, con un traffico di lettere da Monreale verso Catania e viceversa. Non potevo certo farmi sfuggire quella ghiotta opportunità. Elio Vittorini e Stefano D’Arrigo furono i nomi più setacciati in quel tempo. Dello scrittore di Siracusa, Grasso, conosceva minuzie e dettagli che nemmeno si trovavano nelle biografie più complete. Ecco cosa mi scriveva da Catania: “Vittorini è una miniera sterminata a cui attingere notizie di vario genere. Non bisogna dimenticare che accanto alla sua figura ruotavano personaggi del calibro di Pavese, Calvino, Sereni, Carlo Bo, Ferrata e Montale. […] C’era del genio in lui. Ecco perché la stessa Rosa Quasimodo, sua moglie, non poteva seguirlo appieno. Senza aggiungere che i Quasimodo erano altra razza, quanto a princìpi. Il ‘grande’ Salvatore – Nobel a parte – sul piano umano non ha lasciato segni che di superbia e di egoismo. Al contrario di Elio, altruista e sempre proteso ad aiutare, come chiunque potrà comprendere leggendo gli epistolari… L’altra volta io le scrivevo il mio parere su certa indole romantica di Vittorini, anche in politica: la sua capacità di stupirsi al punto da star male a fronte di comportamenti opportunistici”. Il traffico di lettere si infittiva, altri nomi di scrittori facevano capolino, poiché gli argomenti trattati inevitabilmente ne richiamavano altri e collaterali. Poi venne il turno di Stefano D’Arrigo. Mi ero avvicinato per caso allo scrittore di Alì Marina nei primi anni Ottanta, incuriosito dalla mole dell’Horcynus Orca, ma anche perché se ne parlava con fastidiosa sufficienza, come l’opera illeggibile di un eccentrico scrittore. E quando confessai a Mario Grasso la mia passione per l’Horcynus Orca, egli fu perentorio, irremovibile: mi disse: “Ma allora lei deve leggere assolutamente un saggio che le spedirò appena rientro a Catania”. Era uno dei primi studi sul romanzo, scritto da Stefano Lanuzza – anche lui proveniente da terre darrighiane – critico letterario e saggista: Scill’e Cariddi. Luoghi di Horcynus Orca (1985), una guida imprescindibile per orientarsi in quel vasto mare. Devo ammettere che man mano che leggevo il saggio di Lanuzza, cominciavo a penetrare meglio la gran mole di quel libro <<mondo>>, i vari episodi comunicanti fra di loro, la miriade di personaggi; ‘Ndja Cambrìa, Ciccina Circè, le marine, le fere, i pellisquadra, le immortali femminote. Mario Grasso era ferratissimo su Stefano D’Arrigo, lo aveva conosciuto e frequentato per quasi un ventennio, e fu uno dei primi recensori dell’Horcynus Orca. Così scriveva in quel lontano marzo del 1975: “ […] Cominciai la ‘scalata’ alle milleduecentocinquantasette pagine di Horcynus Orca con prevenuta ostilità. Ma dopo due ore – e ne avevo quindi letto appena sessanta pagine – ero già ammiratore di D’Arrigo. La novità del linguaggio e l’avvincente sequenza dei quadri della narrazione mi avevano conquistato. Non potevo ancora presentire il fascino della trama, ma il preludio mi aveva suggestionato. Una suggestione nuova per un lettore di professione. Allora ho calcolato: se fossi riuscito ad applicarmi per sei ore al giorno avrei potuto leggere il libro in una settimana. Così fu. Sette giorni tra ‘femminote’, ‘fere’ e ‘pellisquadra’ in un mondo magico, incantato, dove tuttavia ogni cosa è stupendamente vera nello stesso suo diventare, liricamente mito e fiaba. Fiaba delicatissima, intessuta con fili trasparenti di storia, di cronaca, di superstizioni, di vita di povera gente, umili pescatori cariddoti, e dove l’amore, i pregiudizi, la morte, la morte stessa, non raggiungono, stranamente l’esasperazione della violenza, l’urto della tragedia, ma turbano, sconvolgono, commuovono o danno raccapriccio, con la stessa decisa intensità d’una carezza passata a fior di pelle, quando un brivido percorre tutto il corpo e si drizzano i peli”. Arriviamo così al 2018, quando in previsione del centenario della nascita di Stefano D’Arrigo (1919), lo coinvolsi in una lunga e riuscita intervista, la quale diventò un libro, C’era una volta un certo Stefano D’Arrigo di Alì Marina, accompagnato dalla dotta prefazione di Stefano Lanuzza, edito nel 2020 da Torri del Vento Edizioni, e mi piace chiudere questo ricordo di Mario Grasso, generoso e impareggiabile amico, con queste sue parole: “ […] l’opera letteraria di Stefano D’Arrigo ci induce a divagare e a entrare ‘dove il mare è mare’, come si legge nella locuzione conclusiva dell’Horcynus, che è il libro per tutte le stagioni dell’umanità: una miniera di parole, un vocabolario che chiede di uscire dalle pagine, per dimostrare quanta ricchezza di storia delle parole contenga ogni significante che il genio filologico darrighiano vi ha seminato. […] Nessuna teca potrà contenere imprigionata la grandezza artistica dell’Horcynus Orca. […] Resterà per noi siciliani, l’orgoglio di chi dice oggi e potrà ripetere in avvenire: C’era una volta un certo Stefano D’Arrigo di Alì Marina.

(Luglio 2025)