Maurizio Ferrara passerà forse alla storia più come padre di Giuliano, furentemente transitato a tutt’altre sponde politiche, che per le precise virtù di militante/dirigente nel Partito comunista italiano. Di alta qualità giornalistica il suo Mal di Russia (in volume, Roma, Leonardo Da Vinci, 1965): notazioni e impressioni, suggestioni e racconti di viaggio in Unione Sovietica. Predecessore di grande livello, e tutt’ora di estremo interesse, il “fascista” Corrado Alvaro di I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia sovietica: in volume, Milano, Mondadori, 1935; poi Viaggio in Russia, Firenze, Sansoni, 1943; splendida l’edizione a cura di Anne-Christine Faitrop-Porta (Reggio Calabria, Falzea, 2004), che ripropone la prima edizione in volume, gli articoli originari e tanto ma tanto altro. Nato a Roma nel 1921 (anno di fondazione a Livorno di quel Partito comunista d’Italia che poi sarebbe maturato nel suo Pci), Ferrara sapeva conciliare l’intelligenza di lavoro politico e parlamentare con la mordacità romanesca temprata sui calchi del Belli. Alvaro s’era intanto alquanto giovato della propria prosa di viaggio perL’uomo è forte (Bompiani 1938), poi pubblicato (1974) nella nuova serie dei “Delfini”: romanzo che lasciava intuire bagliori metaforici nel narrare/descrivere un apparato totalitario con luoghi asteriscati e nomi di fantasia, suscitando così nella censura mussoliniana – anche per il primo titolo, Paura sul mondo – sospetti di allusione all’Italia (e per salvare il romanzo, Alvaro accettò di precisare in Avvertenza trattarsi della Russia). Il bel titolo di Maurizio Ferrara ci suggerisce un “Mal di Russia” di Mario Grasso, che fu «maestro inquieto» di scuola elementare come di cultura non solo letteraria. “la Repubblica” del 12 luglio 2025 contiene, avvincente e di bella prosa, il pezzo di Nicola La Gioia dedicato a un Goffredo Fofi (Gubbio 1937, Roma 1987) di forti meriti sociali e intellettuali: “Fofi, il maestro che esigeva la m minuscola” («accetto la definizione perché ho insegnato alla scuola elementare»). «Se le sue prese di posizione, sempre coraggiose e spiazzanti, lo hanno reso a lungo un punto di riferimento, sono state la sua capacità di fare rete, di creare gruppi e mettere insieme le persone a renderlo una figura rara, pressoché unica in un contesto dominato dall’individualismo e dalla mitomania». Mutatis mutandis, de Mario fabula narratur? «I più scemi in circolazione? I micromegalomani»: stilettata che sarebbe piaciuta a un estro satirico come il suo. Il “Mal di Russia” di Grasso è amore per una tradizione sentita come precipuamente letteraria, e insieme nostalgia per il futuro perduto di un’aspirazione democratica destinata a non aver prospettiva: e infatti dalla politica fin troppo sognatrice di Michail Gorbačëv, ultimo comunista/presidente, discendeva sul finire del 1991 la dissoluzione dell’URSS. Ai complessi interscambi tra quella del tutto inedita stagione e un frastagliato quadro letterario ci guida Guido Carpi, che nella sua Storia della letteratura russa. II. Dalla rivoluzione d’ottobre a oggi (Roma, Carocci, 2020: fonti russe di prima mano) intreccia politica, arti, cinema, teatro, teatro d’opera. Qui conta soprattutto il capitolo 5, che si avvìa dalla perestrojka, il “nuovo corso” riformatore. Per il centenario bolscevico/comunista Carpi ci aveva dato Russia 1917. Un anno rivoluzionario (ivi 2017, 2020), dove l’esplodere dell’ottobre sovietico nel campo degli scrittori è preceduto da un Prologo che tratta di populismo (concetto/termine di cui si abusa da troppo tempo) e di una intelligencija vessillifera di supremazia letteraria. Grasso, dunque. Libertaria più che liberale, la sua passione è forse apparentabile per morale risentimento (Ressentiment è parola francese di un Nietzsche inteso a fondare una morale superiore) a quella stilisticamente «ben temperata» – rubiamo a Bach – di un Maurizio Ferrara pur sempre padre ma di alto politico sentire. Il democratico cristiano Grasso pubblicava inchieste anche scomode nel rotocalco – oggi diciamo magazine – “Giorni/Vie Nuove”, che come “Vie Nuove” era stato fondato da un capo leggendario della Resistenza comunista, Luigi Longo (“Gallo”), poi segretario generale del Partito (e dal 1962 Pier Paolo Pasolini vi dialogava coi giovani comunisti, tra passione e ideologia). Pluriennali i rapporti di Grasso con scrittori e intellettuali sovietici (i viaggi in Urss si avviavano negli anni Ottanta, quando egli non partecipava già più all’agone politico), motivati dal di lui essere poeta prosatore saggista di respiro non solo nazionale. Paradossale postilla: se in quegli anni tra «guerra fredda» e «coesistenza pacifica» di “comunismo” e “democrazia cristiana” si parlava quotidianamente, anche nella vituperazione, oggi non se ne fa quasi più nome: sono troppo «prima Repubblica», che poi è quella della Resistenza e della Costituzione? Nel 1969 Massimiliano Magnano pubblicava …d’intrattabile temperamento. Mario Grasso, paradossi e parossismi d’un intellettuale fuori dalla grazia degli uomini (Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia). La monografia percorre una materia complessa per la pluralità degli interessi umanistici (definizione di Nicolò Mineo nell’acuminato saggio introduttivo), ovvero umani culturali letterari ideali, del letterato in questione. Magnano dedica la sezione più ampia (Il dubbio nutre l’arte, e il quark si rifrantuma) al poema tripartito Tra compiute lune, compimento e acme di una poetica: perché considera la poesia dell’epos, e noi con lui, il cuore di una letteratura/vita; e insieme pedina versi perfettamente metrici, o ricercati similversi: come in quelle Friscalittati che, un po’ pirandelleggiando, mi piace leggere in chiave di lirismo trascendentale, perché un certo anelito alla sublimazione vi è interdetto da una satira con impasti d’indignazione sarcastica, provocatoriamente antilirica: mi fa pensare al Pasolini più antiermetico, freddo e tagliente in certa ferocia epigrammatica. Orbene, anche un indagatore attento come Magnano riferisce di una militanza politica di Grasso sin dagli anni Cinquanta ma non ci dice da che parte: ed era la Democrazia cristiana che ad Acireale stravinceva ogni competizione elettorale. E neppure la parola “comunismo” riesce a farsi strada, nonostante tanta Unione Sovietica nel nostro “acese volante” in cerca di approdi: un ulisside che in onore del gesuita argentino Jorge Luis Bergoglio (Papa Francesco, La speranza non delude mai. Pellegrini verso un mondo migliore, a cura di Hernán Reyes Alcaide, Milano, Piemme Mondadori, 2024) mi piacerebbe definire viaggiatore di speranza. Proprio un’altra era geologica, quella di Grasso e poi nostra, se si pensa all’attuale governo Meloni ansioso di sradicare la famigerata egemonia culturale di un Pci peraltro scomparso da lunga pezza (non fremano di sacrosanto sdegno le ossa di Gramsci come «fremono amor di patria» quelle dell’Alfieri foscoliano: al Gran Sardo si risparmiano insulti perché comunista “buono”, recuperabile a una tradizione «nazionale»). Giusto nel decennio sovietico di Grasso quella che fu una grande intelligencija tendeva ad arroccarsi nella nicchia corporativa dell’Unione degli scrittori, tra le maglie allentate di un totalitarismo del tutto privo di prospettiva e senza più l’aura ideologica di cui s’era ammantata la spietatezza staliniana con certo epigonismo stalinista. Inopinatamente caduto quel Chruščëv promotore di una destalinizzazione da non prendersi sottogamba (ma erano gambe corte), si sarebbe giunti al grigiore di una gerontocrazia incartapecorita, con un Brežnev che sopravviveva al se stesso dell’accordo nucleare con Reagan. Di lì i generosi e confusi progetti democratizzanti di Michail Gorbačëv, un gentiluomo insidiato dagli ipocriti pelosi di casa propria, poi messo all’angolo dai poteri fortissimi di magnati mafiosi: e intanto sedotto da un «Mondo libero» che infine parve attenderne la caduta come il coccodrillo paziente del Peter Pan disneyano. Febbri occidentòfile senza garanzie di superamento dei blocchi contrapposti (e infatti…) per un leader (post)comunista come abbagliato dalle gershwiniane luci di New York. E all’ottobre del 1987, con aspettative di liberalizzazione comunista ben vive soprattutto in mezzo al popolo (rammento in albergo volti di lavoratrici segnati da muta speranza, dinanzi alle immagini televisive di un Capo così diverso), risale il mio unico viaggio in quell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che si sarebbe dissolta sul finire del 1991. Fu Mario Grasso a condùrmici, promuovendo con “Lunarionuovo” (il periodico fondato e diretto da lui, poi da Nives Levan sua moglie, consorte anche nel lungo lavoro per le edizioni di “Prova d’autore” che si avviarono proprio con “Lunarionuovo”), ed enti di varia promozione socioculturale, la mostra/convegno Il teatro di Pirandello a Mosca. Mi accompagnavo a Nicolò e Tina Mineo, Rosario Contarino (quel Saro che ci avrebbe lasciati a cinquant’anni), Mario Cilona, Luigi Peritore, il pittore di formazione naïve Carlo Rigano impegnato nella mostra. Riplanai così su uno dei miei auctores, tra cui annovero lo Stefano D’Arrigo ab antiquo caro a Mario Grasso (di là dai saggi, avviatisi a metà anni Ottanta, rimando a Fernando Gioviale, Crepuscolo degli uomini. Attraverso D’Arrigo in un prologo e tre giornate, Acireale-Roma, Bonanno, 2009: la postfazione di Walter Pedullà, pp. 235-50, dialoga metodicamente con le mie idee tra fervidi motivati consensi e qualche ragionevole dissenso). Dal libro/intervista di Mario Grasso e Salvatore Cangelosi, C’era una volta un certo Stefano D’Arrigo di Alì Marina (Palermo, Torri del Vento, 2020), promanano ragguagli importanti anche in ordine al ruolo di Jutta Bruto: sacerdotale in senso matriarcale verso il marito, vessatorio nei confronti delle amicizie che potessero “distrarlo” dall’opus infinitum, da Horcynus Orca: si vedano le pp. 129-32, ma è primario l’intero Stefano D’Arrigo: l’uomo difficile (pp. 117-36). Il saggio introduttivo (pp. 5-27) di Stefano Lanuzza, “La letteratura e l’amicizia. Ricordando Stefano D’Arrigo”, è l’intarsiatissimo percorrimento di un dibattito critico ricolmato di fonti e trapuntato di non ordinarie digressioni (un Céline, un Pynchon…). Si tratta dello studioso che, a tacer d’altro (ma non si può sottacere un Savinio), ha pubblicato di più e più nel tempo sull’opera di Grasso; ma qui voglio citarne un bel contributo darrighiano che comprende una frastagliata ricchezza di proposte, ermeneutiche e/o qualitativamente informative, risistemate secondo un’interiore, “morale” necessità: Stefano Lanuzza, Scill’e Cariddi. Luoghi di “Horcynus Orca” (Acireale 1985: Lunarionuovo, sì, Lunarionuovo). Ma ora inviterei a riflettere sull’espressione l’uomo difficile nella conversazione conclusiva del libro/intervista C’era una volta… Nel succitato d’intrattabile temperamento. Mario Grasso… Magnano annotava (p. 31, n. 13) che Lanuzza «rinunciando a una sua folgorante intuizione sostituisce il centratissimo termine “intrattabile” con il più neutro “difficile”, quasi in un impeto di incomprensibile autocensura». Che dire: “difficile”, per me, non è affatto una diminutio, se un capolavoro in commedia (Lustspiel) del mitteleuropeo massimo Hugo von Hofmannsthal, Der Schwierige (1921), diventa L’uomo difficile nella fondativa versione di Gabriella Bemporad. E si può preferire L’intrattabile (forse meglio, L’inaccessibile), un sostantivato come per l’altra commedia Der Unbestechliche (1923): L’incorruttibile, nell’accreditata versione di Elena Raponi. Tra i viaggiatori al séguito di Grasso, io e altri non conoscevamo Mosca. Ricordo l’arrivo in autobus dall’aeroporto, le luci di palazzoni con finestre illuminate prive di scuri, senza negozi rilucenti attorno. «Quella è Mosca?». «Sì, Mosca». Non seppi vincere una certa commozione, benché continuassi a provare indignazione per il soffocamento sovietico del «socialismo dal volto umano» di Dubček e Svoboda (Praga 1968). E oggi, a rendere il sentimento di allora, reintitolo a Mosca il valzerismo di Wien, Wien, nur du allein, / Sollst stets die Stadt meine Trãume sein. Traduco: Vienna, Vienna, soltanto tu, / Città d’un sogno mio sarai tu. Ritocchiamo terra. La delegazione sovietica comprendeva parlanti italiano come Afanasdij Vesselitzski (pensammo a un intelligente “commissario politico”), Irina Zaslavaskaja, italianista e guida ufficiale; Nikolaj Tomaševskij, non so se imparentato col Boris critico e storico del formalismo dopo l’âge d’or del leninismo propulsore di tutte le arti e promotore di un’avanzatissima legislazione anche in tema di diritti civili); lo scrittore di vaglia Lev Veršinin, che mi evoca l’Aleksandr Veršinin, grande personaggio e uomo più piccolo, delle Tre sorelle čechoviane. Eravamo ospitati nel fastoso Hotel Rossija (pertinente al Consiglio dei Ministri), che ospitò in quei giorni un’importante delegazione di scrittori italiani, Alberto Moravia capintesta con la deliziosa Dacia Maraini. Ambasciatore italiano a Mosca era un vero intellettuale, Sergio Romano: il cui bel libro Il suicidio dell’Urss (Roma, Sandro Teti, 2021) avrebbe risistemato articoli e saggi nella collana Historos diretta (sine ira, at studio) da Luciano Canfora, anche prefatore; la collana avrebbe poi ospitato la pregevole ricostruzione di Aleksej Puškov, Da Gorbačëv a Putin. Geopolitica della Russia, prefaz. di Paolo De Nardis, ivi 2022. Opportuno segnalarne un libro che ha fatto scuola anche contrastata: l’ampia indagine dello svizzero Guy Mettan, Russofobia. Mille anni diffidenza (2016), introdotta da un Franco Cardini “interlocutore privilegiato” del comunista Canfora: una Destra policentrica, la sua, conoscitrice e sognatrice d’imperi sovranazionali. Torniamo in ambasciata, dove fui presentato a Moravia dalla valente italianista: «Vi conoscete?». Balbettai di conoscere di fama e di prosa il grande scrittore. E Mario Grasso? Il suo dinamismo controllato (con juicio… con juicio…) lo induceva a stimolare scambi di idee. Volteggiava da un gruppo all’altro o ne formava da sé: donde diatribe più o meno amabili, conversazioni di un bel respiro, gusto delle agudezas. Ricordava Carlo Rigano come Moravia, dinanzi a un apparato culinario degno dei due Gattopardo, e del Manzoni con «l’Olivares dei vini», lodasse coram populo Mario Grasso per il sapiente far da ponte fra i due gruppi ospitati al “Rossija”: quello degli scrittori e quello comprendente gli italianisti. Vedemmo Leningrado (già germanizzante Pietroburgo poi più russa Pietrogrado, la San Pietroburgo capitale bisecolare si ricomponeva, caduto il «socialismo realizzato», nella doratissima tradizione ortodossa), con le memorie viventi della Rivoluzione, i retaggi dostoevskijani e gogoliani. Scoprimmo le antiche città di Vladimir e di Suzdal’. Al convegno confrontammo il nostro sapere con quello sovietico. Io dissi qualcosa su novelle come Male di Luna e L’altro figlio: doveva esser giunto in Urss il lungo film, davvero bello, di Paolo e Vittorio Taviani , Kaos (1984), incentrato su quelle e altre novelle siciliane (si veda ora il contributo, modo pomice politum, di Alessandro Marini, Due registi in cerca d’autore. Tolstoj e Pirandello nel cinema dei fratelli Taviani, Roma, Carocci, 2025, soprattutto pp. 90-131). Nel caso di Male di luna si deve pur dire che il finale umanistico nel segno della pietà per l’uomo malato di licantropìa (l’amante in pectore della moglie non consuma l’adulterio e va a soccorrerlo), anche per l’assorto luminismo di Giuseppe Lanci in fotografia e il rattenuto struggimento di Nicola Piovani in musica, sublima in catarsi lo sciogliersi convenzionale della novella: anche Omero talvolta dormicchia… E siamo al Gran Finale, il pranzo d’onore presso quell’Unione degli scrittori dove s’era mangiato da cani. Sarà stato il clima festoso, i canti popolari rivoluzionari patriottici di un coro in abiti di tradizione, il convito opulento con un vino rosso bulgaro; fatto sta che al culmine della serata, giunto il mio turno di brindisi, repentinamente intonai L’Internazionale: «Compagni, avanti, il gran partito / noi siamo dei lavoratori, / rosso un fiore in petto c’è fiorito, / una fede c’è nata in cor…». Apprensione degli italiani (era opportuno?), sorpresa dei sovietici, che balzano tutti in piedi: in alto i calici, la cantano in russo: e tutti contenti. E Grasso a guardarmi con aria accigliata, interrogativa, infine un po’ complice: quell’incursione nel sentimento di collettività in lotta (che non obbliga al collettivismo: così cantavano anche i socialisti post-nenniani, gli stessi craxiani) poteva funzionare. E chissà che proprio in quelle ore non si tramasse per scavare la fossa politica a Michail Gorbačëv… Ma quella è un’altra storia, purtroppo. La nostra, di un gruppo di esistenti in cerca di un autore e forse di un futuro (l’Alfieri foscoliano avea sul volto / il pallor della morte e la speranza. Ne saremo capaci?), si chiudeva con un saldo sicuramente attivo. Se è vero che el sueño de la razón engendra mostruos, non è meno vero che la vida es sueño: così c’insegna la poesia scenica di Calderón de la Barca, vetta sacramentale del massimo barocco di Spagna. Vero è che sueño, in castigliano, significa sogno e significa sonno (il sonno di tanti siciliani, secondo una vulgata che si esalta in Brancati e Gli anni perduti). Ritrovo quel sonno in me stesso, come altra faccia di una febbre inquieta. Il viaggio in Urss m’è rimasto tra mente e cuore anche per i meriti insonni di Mario Grasso.
(Nella foto: Mosca: Sede Unione Scrittori Urss, firma accordo scambi culturali con Lunarionuovo)