> Marcel e Virginia, tra tempo perduto e tempo ritrovato | Prova D'Autore

L’Ouse è un fiume inglese lungo 46 chilometri. Il 28 marzo del 1941 Virginia Woolf vi si lasciò affogare dopo essersi riempita di sassi le tasche del soprabito. Da tempo, la depressione non le dava pace. Ed è probabile che le vicende della guerra, i bombardamenti su Londra gliel’abbiano aggravata. Al marito scrisse una commovente lettera d’addio: “Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo… E questa volta non guarirò… Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare… Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono… Non posso continuare a rovinarti la vita”. Ventinove anni dopo, anche il poeta Paul Celan sceglie un fiume – e ben più importante dell’Ouse – per porre fine alla propria vita. Dal ponte Mirabeau si getta nella Senna dopo aver bevuto per l’ultima volta il suo “nero latte dell’alba”. Si portava dentro le ferite mai rimarginate delle deportazioni nei campi di concentramento, dove aveva perso i genitori.

Nel 1925, quando legge la Recherche, Virginia Woolf ha già pubblicato quattro romanzi – La signora Dalloway proprio in quell’anno. E un altro (Gita al faro) ne avrebbe scritto prima di leggere l’ultimo dei tre volumi postumi della sterminata opera proustiana. E capisce la scrittrice inglese che alla maniera di Proust, da quel momento da lei pazzamente amato, deve scrivere se vuole raggiungere la perfezione nel romanzo e non essere rabbiosamente scontenta d’ogni sua frase: Proust sapeva combinare “una estrema sensibilità con un’estrema tenacia – scrive la Woolf nel Diario di una scrittrice – È resistente come una corda di violino ed evanescente come lo sfolgorio delle ali di una farfalla”. E più oltre, in uno dei suoi saggi: “L’intero suo universo è immerso nella luce dell’intelligenza”. Giudizi che Marcel Proust, morto nel 1922, non poté leggere. Come non poté vedere interamente pubblicata Alla ricerca del tempo perduto (chiamata, da tutti ormai, Recherche per abbreviazione). Opera composta di sette volumi: Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra ai quali seguono, dal 1923 al 1927, La prigioniera, La fuggitiva e Il tempo ritrovato. Tra i temi portanti di questo romanzo infinito, il più lungo del mondo – dove Proust continuamente si sdoppia: a volte è Marcel o è l’io narrante, altre volte è l’Autore o è Charlus oppure è Swann – ricordiamo soprattutto lo snobismo come malattia sociale e dell’anima, la gelosia come motore dell’amore e il tempo (perduto, ritrovato, sprecato) con la sua funzione di vero protagonista principale.

Snobismo e sovrabbondante mondanità sono vizi di cui forse nessun personaggio della Recherche è immune, neppure il suo stesso autore; vizi localizzati nell’anima e che non la guastano dunque nella sua interezza. Con le sue “girandole di fuoco”, la gelosia è nella Recherche vagabondaggio della mente. I tradimenti amorosi di Odette e di Albertine, immaginati dai rispettivi amanti, Swann e Marcel, sono nello stesso tempo lacerante sospetto, ombra dell’amore, diletto della fantasia e dei sensi. Swann “vede” un altro uomo entrare nottetempo nella casa di Odette de Crécy. E immagina l’amata che, dopo averlo congedato con una scusa, inclina il capo verso un’altra bocca, dedica a un altro uomo gli stessi sguardi languidi e gli stessi segni di tenerezza prima riservati a lui. E questa gelosia Swann la prova per una donna bella ma che non era “il tipo reclamato dai suoi sensi”. Stando all’impressione che ne aveva avuta il giorno in cui Odette gli era stata presentata a teatro. In Precauzione inutile, versione abbreviata de La prigioniera, il protagonista (Marcel) è uno snob cui piace stare coricato per tutto il tempo che vuole, percepire dalla sua camera i rumori della vita esterna, fantasticare sugli amori saffici di Albertine. In quanto al tempo, infine, e alla sua funzione di vero protagonista, c’è da dire che è il tema della Recherche sul quale Virginia Woolf scrive una frase che avrebbe reso felice Proust se avesse potuto leggerla: “In ogni giornata il non-essere è molto di più che l’essere”. L’autrice di Gita al faro ripropone in tal modo, e chissà quanto consapevolmente, la dicotomia proustiana per antonomasia tra Tempo Perduto e Tempo Ritrovato. Com’è noto, infatti, il Tempo Perduto non è solo quello irrimediabilmente trascorso e così difficile da ritrovare, ma anche i troppi giorni sprecati, quelli che abbiamo buttato al vento. Come i giorni, gli anni d’amore buttati al vento da Swann per una donna che non gli piaceva. Nei romanzi della Woolf il tempo scorre in metà giornata, in più giorni, in dieci anni, e in tre secoli nell’Orlando (romanzo dedicato alla poetessa Vita Sackville-West con cui Virginia ebbe una relazione amorosa).

Questi gemelli del romanzo, così li definisce Alessandro Piperno, avevano molti altri lati simili. La madre di Marcel era israelita, come il marito di Virginia. Le inclinazioni e le ambivalenze erotiche: l’uno è omosessuale e per questo ha avuto un’adolescenza difficile, l’altra ha sposato un uomo pur amando le donne. Sono tutti e due dominati dalla bellezza nell’arte e nella scrittura e dalla consapevolezza che soltanto la letteratura può redimere da una vita deludente; tutti e due non amano gli scrittori realisti perché non vanno “al cuore delle cose” (Piperno); tutti e due, credo, si sarebbero riconosciuti in questa bella frase di Dalla parte di Swann: “Non si conosce mai la propria felicità. Non si è mai tanto infelici quanto si crede”. Per Proust “la sola vita pienamente vissuta è la letteratura”. E sembra fargli eco la Woolf nel suo Diario: “Eppure l’unica vera vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle della mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti”. Nella vita dell’uno e dell’altra la figura materna è centrale. La gelosia che tormenta i personaggi della Recherche ha origine nell’implacato, implacabile (per usare le parole di Giovanni Raboni) complesso edipico di Proust. Virginia sente sempre ossessivamente la voce materna. Solo dopo aver finito di scrivere Gita al faro, in cui il carattere della madre risalta appieno nella sua dolcezza, questa voce cessa. “Probabilmente – spiega la scrittrice nei Diari – feci da sola quello che gli psicanalisti fanno ai pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda”.

Proust, che soffriva d’asma dall’età di nove anni, morì per una bronchite mal curata e il fratello Robert si occupò della pubblicazione degli ultimi volumi della Recherche, un’opera che è la vita. La vita che contiene situazioni più romanzesche di qualsiasi romanzo. Quella che si conduceva dagli aristocratici Guermantes; o quella dei salotti di madame Verdurin, che Swann tante volte aveva chiamato “la vera vita” prima di apparirgli come la peggiore di tutte, come “il gradino più basso della scala sociale, l’ultimo cerchio di Dante”.

Virginia Wolf, dopo l’ultimo e decisivo crollo dei propri nervi malati, scelse le onde dell’Ouse per farla finita in anticipo con i suoi tormentosi fantasmi. Le Onde – di un suo romanzo di dieci anni prima – che s’infrangono sulla spiaggia. Per lei la vita era un alone luminoso e un involucro trasparente che ci racchiude. “Dall’alba della coscienza sino alla fine”. 

Gaetano Cellura