Ci siamo conosciuti per caso, come spesso accade con le persone destinate a restare.
Stavo per laurearmi alla triennale e cercavo una casa editrice per fare uno stage post laurea. Avevo scritto decine di email, senza ricevere risposte. Solo una, una soltanto, arrivò: Prova d’Autore.
Fu così che lessi per la prima volta quel nome: Mario Grasso. Ci scambiammo una serie di email su confronti, idee, consigli, in attesa di conoscerci dopo che avessi finito la tesi.
All’inizio era solo un nome importante, un direttore, un poeta. Poi divenne una voce, un sorriso appena accennato, uno sguardo che osservava tutto, e infine una presenza che avrebbe segnato un tratto profondo della mia vita. Il giorno della laurea, alla fine della discussione e dopo la proclamazione, mi accorsi che in prima fila c’era un volto mai visto. Non ricordavo nemmeno di averlo invitato, non pensavo nemmeno mi avrebbe ricordata. Rimase in silenzio per tutta la cerimonia, e solo alla fine si avvicinò e mi disse:
“Complimenti, ci vedremo molto presto.”
E così fu. Cominciò da lì un dialogo che sarebbe durato anni. Un sodalizio fatto di parole, bozze, lettere, ironie e silenzi.
Entrai in Lunarionuovo quasi in punta di piedi, come si entra in un luogo sacro. Lì imparai tutto: il rispetto per la parola, il gusto dell’analisi, la cura per ogni dettaglio. Per dieci anni mi occupai della versione digitale di una rivista storica che aveva ospitato i nomi più grandi della letteratura italiana, da Sciascia a Raboni, da Barberi Squarotti a Pontiggia, dalla Spaziani a Bufalino. E che continuava a proporre straordinari autori, poeti e critici di tutta Italia. Per me era un onore curarne l’impaginazione, l’editing, e soprattutto la scelta delle immagini che per lui erano sempre “magiche e squillanti”. Dieci anni di parole, di bozze inviate di notte o di prima mattina, di telefonate che iniziavano con un rimprovero per il ritardatario di turno e finivano con una risata. Ogni numero di Lunarionuovo era una piccola impresa collettiva e personale insieme. Per lui non era mai solo una rivista: era una creatura viva, una mappa di talenti, un atto d’amore verso la cultura e verso chi scriveva per necessità, non per mestiere. Ero la “sua” Danielina, come mi chiamava lui, con quella dolcezza un po’ ironica che conteneva affetto, fiducia e complicità. Ricordo ancora una sua mail, dopo una lunga notte di revisione: “Danielina, bello questo Lunario! Mi sento ogni volta contento come se fosse il primo e il più bello. È un piccolo punto di riferimento, un caleidoscopio di scritture. Sarai tu, ne sono certo, a rappresentare un angolo vivo e autentico della cultura italiana.” Lessi quelle parole più volte, come si leggono i versi di una poesia che si vuole imparare a memoria. Con Lunarionuovo nacque anche un’amicizia vera, fatta di lavoro, affetto, ironia e discussioni.
Le nostre cene a casa sua e di Nives restano per me tra i ricordi più luminosi: piatti che parlavano dell’amore per la Sicilia e il Friuli, vino autentico, libri, poesie, parole che non finivano mai. Nives, con la sua dolce fermezza, sapeva riportare equilibrio dove la passione intellettuale di Mario rischiava di diventare battaglia. E ogni volta, tornavo a casa carica di idee, riflessioni e ri-conoscenza, oltre che di leccornie preparate da Nevina. Con loro due ho vissuto una delle forme più alte di familiarità che conosca: quella che non ha bisogno di sangue per essere vera. Poi, come spesso accade tra le persone che si somigliano troppo, ci fu anche un malinteso.
Un mio racconto, un fraintendimento, e un silenzio improvviso.
Scrissi una lunga lettera, piena di spiegazioni e di dolore. Non rispose subito. Ma, come accade tra chi si vuole bene, il tempo fece il suo lavoro. Quel silenzio, allora insopportabile, col tempo è diventato un insegnamento. Mario mi ha insegnato che le relazioni vere non si cancellano per un errore, e che anche il silenzio può essere una forma di rispetto, un modo per dare peso alle parole quando tornano. Quando riprese a scrivermi, lo fece come se nulla fosse accaduto. Con la sua ironia, con le sue note sul correttore automatico (“Maria Zagarella trasformata in Cagarella!”), con la stessa fiducia di sempre. E io capii che la nostra amicizia era tornata a respirare. Mario Grasso non era solo un maestro. Era una coscienza culturale, ma anche un uomo di carne, di ironia, di leggerezza. Sapeva parlare di letteratura come se parlasse di un amore: con passione, con gelosia, con dedizione. Credeva nella cultura non come status, ma come responsabilità. Diceva che Lunarionuovo doveva “restare vivo finché ci fosse qualcuno disposto a credere nella parola scritta come atto di libertà”. Oggi, quando rileggo le sue lettere, ritrovo la sua voce in ogni parola: il rigore, la tenerezza, la fiducia.
Mi ha insegnato che la scrittura è un modo di restare fedeli a sé stessi.
E che la vera eredità non è un titolo o una rivista, ma l’impronta che lasci negli altri. Mario continua a vivere in quelle pagine che abbiamo impaginato insieme, nei nomi che abbiamo pubblicato, nei pensieri che mi ha insegnato a pensare.
Quando chiudo gli occhi, lo vedo ancora davanti al computer, che impreca contro il correttore automatico e poi ride, e poi mi scrive: “A presto.”
E io lo credo ancora: a presto, Mario.