> La morte di Nino Martoglio cento anni dopo | Prova D'Autore

EVIDENZE DEDUZIONI E INTUIZIONI PER CAPIRE CHE NON C’È NULLA DA CAPIRE
Dedico questa divagazione al caro ricordo di Leonardo Sciascia

Iniziando qualsiasi discorso su Nino Martoglio bisognerà riconoscere quanto è stato operato, per continuare a ricordarlo, dai coniugi Sarah Muscarà ed Enzo Zappulla, in studi e iniziative culturali di vario genere, compresa la istituzione a Belpasso del Premio letterario intitolato alla memoria del singolare personaggio, originario della suddetta città etnea. Anche quest’ultima iniziativa. Dunque, sotto l’egida degli stessi benemeriti coniugi: Sarah Zappulla Muscarà nella sua qualità di docente nell’Università di Catania , in tandem con il marito, Enzo, noto avvocato, e altrettanto noto cultore ed eccellente operatore di cultura teatrale.

Viene osservato questo particolare per confrontarne gli esiti di brevi e meno brevi studi provenienti da altre fonti della ufficialità accademica etnea e di sporadiche occasioni di studiosi e pubblicisti locali. Adesso la ricorrenza del centenario della tragica morte (Catania 15 settembre 1921) è occasione di verifica e di conferme, che si spera siano di segno addizionale, rispetto a quanto fin qui non è stato precisato definitivamente. Cioè qualche stimolo, sia pure provocatorio, che insista con la ricerca sulla vera causa della morte del Martoglio, indagine sicuramente poco adatta agli studi e alla solerzia dei coniugi Zappulla, o di altra cattedra dell’Ateneo catanese, perché di pertinenza criminologico-poliziesca.

In merito a quest’ultima attesa istanza si sente spesso mugugnare una scusa magra che vagamente allude alla forte trancia di anima catanese rimasta inzuppata di suggestioni fasciste, al punto da fare rimuovere la insistente evidenza, tra intuizione e deduzioni, di un omicidio, quello del Martoglio, rimasto avvolto nella sabbia di un momento di chiara marca squadrista. Ma non sono discorsi seri da proporre in questa sede.  Perché si dovrebbe, altrimenti, ripercorrere un capitolo che è legato alla morte del fondatore e direttore del d’Artagnan e delle sue “inchieste” sulla delinquenza imperante in certi individuati quartieri catanesi. Versi e altro che ponevano sotto luce di forte ridicolo certa mafioseria locale, di quartiere.

Si aggiunga a tale mugugnare vano, l’indole di una città che Giovanni Verga ha definito degli Ingravidabalconi, Vitaliano Brancati degli addetti a pestare acqua nel mortaio, e Sebastiano Addamo che ha sigillato, aggiungendo: La città dei risentiti. Si potrebbero, continuando con questo clima, aggiungere gli “astratti furori” della diagnosi di Elio Vittorini sui siciliani in genere, e altra pittoresca definizione, come appendice di quelle di Verga e Brancati, proposta dallo scrivente a proposito delle specializzazioni catanesi, quasi sempre superficiali, da orecchianti e ripetitori, come chi carezza la facciata tangibile dei problemi, senza giungere alla loro radice: i Palpacalli.Tutta retorica che per il “caso Martoglio” servirebbe solo a stemperare nell’ aneddotica i gravi aspetti tragici e criminali rimasti celati, eppure evidenti nella loro più che probabile origine e nella azione delittuosa finale. Con altre parole: aspetti tali da non poter essere offuscati, stando a quanto dimostrano per deduzione e intuizione, né dal tempo né dalla mancanza di prove. E tanto più a favore di una soluzione nota fin dalle origini, se si tiene conto dell’altro principio che è anima della giurisprudenza giudicante, quello del procedere anche per intuizioni e tracce quando non c’è “pistola fumante”.

  1. Negli anni settanta, subito dopo la pubblicazione de Il caso Majorana, Leonardo Sciascia, mi aveva chiesto informazioni su un episodio del quale, tra Acireale e Catania, si continua a mugugnare, ma per un episodio toto coelo diverso rispetto a quello martogliano, e totalmente lontano da aure politiche o criminali. Il caso del vescovo catanese Ottavio Branciforte, che era tale a scavalco per la diocesi di Acireale, e che, deceduto improvvisamente e per morte inconfutabilmente naturale, aveva propiziato certi suoi famigli addetti al servizio personale, ad arricchirsi “ereditando rocambolescamente” gli ingenti beni mobili e immobili del prelato.

Le notizie, scarse, che potei fornire incuriosirono ancor di più il maestro e amico scrittore, il quale mi chiese di accompagnarlo ad Acireale, perché voleva sincerarsi su quanto era stato illapidato nella cattedrale di quella città in riferimento al vescovo Branciforte. Ed è stato in quella occasione che abbiamo dissertato a lungo sul “caso Martoglio”. Chiedevo infatti all’autore delle ricerche sulla scomparsa di Majorana, se non fosse stato nei suoi programmi una qualche “visitazione” del mistero che avvolge e cela la verità sulla morte di Nino Martoglio, sull’onda dei suoi interessi di narratore di linea durrenmmattiana, con spiccata tendenza al “giallo poliziesco”. Sciascia mi rispose subito, e con una esaustività di argomentazioni che mi fecero capire la padronanza che egli aveva delle “storie” e della storia del caso. Ma con argomenti sufficienti a giustificare la sua rinuncia a scriverne. Mi dovrei trasferire a Catania per qualche tempo, per potere agevolmente dedicarmi a ricerche negli archivi, mi confidò, escludendo che questo gli sarebbe stato possibile. Anzi, rimbalzando la proposta a mo’ di gratificare le mie approssimazioni a scritture letterarie, mi esortava a valutare per me stesso la realizzazione di tale progetto di ricerche, anche a farlo seguire imbastendo una trama fantasiosa, tutt’altro che storica, sull’ordito dell’episodio tragico martogliano.

Ma a parte i miei limiti e i miei piccoli programmi di errante, in quel particolare momento tra Mosca e altre mete e bizzarrie che occupavano i miei estemporanei interessi culturali, l’idea non mi ha mai sollecitato a una impresa di così impegnativa portata. E, la ragione di tale rimuovere ogni ipotesi ritengo risiedeva e continua a risiedere nella protervia del supporre la solidità di una convinzione che, fin da quando mi sono accostato a soddisfare umane curiosità sul caso Martoglio, hanno accompagnato un tipo di certezza di cui mi azzardo qui, per la prima volta, a esporre molto sommariamente essenziali linee. Linee che si affidano a quel genere di deduzioni e intuizioni, di cui non sarei adatto a collazionare organicamente significati immediati e ulteriori, al momento di poterle trasferire in un resoconto romanzesco rendendole affidabili per la parte che ludicamente, allegoricamente o come in altra chiave narrativa, avrei saputo organizzare.

  1. Ed ecco le intuizioni e le deduzioni da evidenze solari che probabilmente non sono state indagate a fondo. Ci sarebbe da rievocare certo costume che potrebbe offrire una chiave realistica definitiva sulla fine di Martoglio, una chiave che non può, oramai, essere definitiva come codifica la consuetudine del linguaggio giuridico: della pistola fumante, né quella che il giure latino continua a imporre con la locuzione dell’onus probandi incumbit ei qui dicit.

La chiave cui pensiamo consiste nel ricostruire usi e consuetudini locali imprescindibili per ambientare realisticamente il crimine nella atmosfera che dominava in certi quartieri catanesi di quegli anni e dopo. Ricostruire con l’ausilio degli archivi nei quali giacciono rapporti e segnalazioni dei carabinieri e della polizia al procuratore del re di quegli anni. Di quegli anni e di un dopo che bisognerebbe prolungare almeno fino al 1970, forse oltre, quando le persone che venivano elette, o più frequentemente nominate, a cariche di qualche responsabilità, si trovavano, anche indipendentemente dalla propria volontà, a essere “protette” da “guardiaspalle” spuntati come funghi a imporsi nel ruolo di “scorta”. O di chi, uscito dal carcere, probabilmente tramite l’aiutino del solito politico, di quest’ultimo si ergeva a “guardiaspalle”.  E chi erano costoro? Erano capicosca e capiquartiere promossi sul campo a tali livelli, in grazie della spregiudicatezza delle loro azioni intimidatorie, da delinquenti usciti dalle carceri, dove avevano scontato il minimo di quanto avrebbero meritato, in grazia di quel genere di intervento politico che è piaga aperta ancora nei nostri giorni. O protetti da non troppo misteriose influenze politiche, che li avevano mantenuti impuniti e continuavano a mantenerli tali.

  1. Si dirà che ricorrendo a questa ipotesi per tentare di farne una tesi per il “Caso Martoglio” è l’invenzione dell’acqua calda. E va bene. Ma noi siamo indotti ad appigliarci a tale soluzione basando la intuizione a precisi elementi da cui deduciamo l’ipotesi. Cioè, non possiamo che insistere sulla presenza di almeno un guardiaspalle (uno solo?) del “potentissimo” Pasquale Libertini di cui ha scritto il regista Elio Gimbo nella sua inchiesta: “(…) Alle 8 Martoglio di mattina parte da Giardini e alle 9,30 arriva a Catania: deve recarsi al Vittorio Emanuele per parlare col direttore sanitario, il cavaliere Gaetano Salemi, al fine di preparare il ricovero di Marco. Due le persone che comandano in quell’ospedale: il direttore sanitario e, un gradino più sopra, il presidente Pasquale Libertini, aristocratico di Caltagirone, ex parlamentare conservatore e per tre legislature, in quel momento anche presidente della Banca Agricola commerciale di Catania. Un personaggio che fra il ’20 e il ’21 colleziona due indagini giudiziarie: una per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio (come presidente della banca), un’altra per appropriazione indebita come presidente del Vittorio Emanuele. Sarà Mussolini, dopo che Libertini si riciclerà nel nuovo regime, a salvarlo con un’amnistia ad personam (…)”  (Cfr. Elio Gimbo in L’Informazione di giovedì, 18 ottobre, 2018).

Vogliamo ammettere che il Libertini era assistito almeno da un “guardiaspalle” del genere che sarà poi sostituito dalla figura giuridica della “scorta armata” negli anni finali della seconda metà del Novecento? Vogliamo ammettere che la consuetudine di tali figure era espressione del vertice della delinquenza locale? Basterà una indagine negli archivi delle Forze dell’ordine dell’epoca, per trovare una vera e propria “letteratura informativa” sul genere di tali figuri e figure.

E allora non sarà stato necessario un “ordine” al guardiaspalle, questi avrebbe potuto (e dovuto) agire di propria iniziativa, anche per togliersi sassolini dalle scarpe proprie e macigni di risentimento e odio verso chi continuava a ridicolizzare e, metaforicamente denunciare la sua “razza” imperante nel tale e talaltro quartiere della città. Anzi, quale migliore occasione se non quella di avere ascoltato il diverbio e lo scambio di roventi insulti tra il Libertini e il Martoglio, per autorizzare il guardiaspalle ad agire motu propriu? E quale occasione si sarebbe potuta presentare con altrettanto vantaggio per togliere ogni sospetto su alcuno, e catalogare come “casuale disgrazia”? C’era infatti il disporre intanto della vittima e per sommo singolare vantaggio per alibi la porta che apriva sui “lavori in corso”, cioè sul vuoto della impalcatura che avrebbe dovuto ospitare la cabina mobile dell’ascensore. Offerte che non si sarebbero potute presentare con uguale ricchezza per imbastire a contorno del delitto non più semplici alibi ma circostanze insospettabili, reali per lamentare la “disgrazia”.

  1. Procediamo ancora per cenni, aggiungendo subito che la “potenza” del Libertini era il più solido salvacondotto del suo (suoi?) guardiaspalle. Gli atti esistenti e consultabili, delle avventure giudiziarie del soggetto, ammesso che fosse totalmente estraneo a quanto aveva operato il guardiaspalle (o i guardiaspalle) che come corazzieri vigilavano e seguivano il “capo”, anche quando questi si spostava per proprie esigenze igieniche nell’ambito della stessa struttura.

Nessuna fantasia ma evidenza ed esperienza che induce alla intuizione e deduzione ripensando a un noto senatore democristiano che negli anni 1950 e 60 – e siamo già a oltre un quarto di secolo dal caso Martoglio – ebbe a ricoprire la stessa carica che quella volta aveva ricoperto Libertini. Senatore che non era invischiato in alcun potere, almeno così risulta per voce popolare, oltre quello della sua carica parlamentare elettiva, ma che non aveva potuto fare a meno di certi guardiaspalle, che probabilmente, mai e poi mai avrebbe autorizzato ufficialmente, ma che la realtà della tradizione e del costume lo aveva costretto a subire, anche per non alienarsi quella corposa fetta di elettorato proveniente dalla “covata di voti di quartiere “ agli ordini del capocosca che gli aveva “regalato” un servizio, o si era egli stesso prestato a servire. Un “pizzo” da pagare per quanti politici o non, ricoprivano cariche pubbliche. Non rivanghiamo evidenze, per carità, non insistiamo con l’assurda pretesa di inventare anche per questo aspetto cronico e sempre attuale.         Aggiungiamo, ma solo per verniciare di altre evidenze come in realtà è lo stesso “pizzo” che a Catania pagano i commercianti, cui la figura del guardiaspalle viene imposta con successo.

Successo che solo per qualche sporadico caso fallisce per la linea di questo genere di crimini e di criminali. Esempi sono palesi e abbondanti, persino nei posteggiatori abusivi dei nostri giorni e della “compagnia” di venditori a posto fisso che con furgoni o api posteggiate nei crocevia o in qualsiasi altro angolo della città, privi di licenza ma protetti da misteriosi poteri celesti, espongono, vendono ad affezionate clientele e a oltraggio di ogni igiene, merce come frutta e verdure, merce che accoglie gli spurghi catramosi delle auto e le polveri sottili di ben nota subdola capacità inquinante che tutte le strade offrono in omaggio alla civiltà protetta dalla Sanità pubblica delle istituzioni comunali, o, più in alto, da altre istituzioni di Stato, che girano il volto verso altre direzioni.

  1. Alla sicura impunità e alla “potenza” di chi protegge s’affida dunque tutto: dal furto in casa, all’intimidazione, dall’avvertimento mafioso all’omicidio. Come quella volta per il povero Martoglio. Che se poi si insiste a valutare quali furono i ragionevoli motivi per cui la moglie del morto sia stata informata della fine del marito dopo due giorni, altre “pezze d’appoggio” si aggiungono a collegare il tutto con il clima del momento. Clima che, a proposito di potere e potenza, si legge sotto la luce del giorno nel provvedimento di amnistia ad personam, disposta da Mussolini capo del governo, a favore del Libertini che, probabilmente, anzi, sicuramente si è trovato a gestire l’estemporaneo misfatto del caso Martoglio con i propri forti poteri in soccorso di chi il misfatto aveva commesso, cogliendo l’occasione, sotto tanti aspetti unica, di avere a portata di mano  gli elementi che avrebbero insabbiato sotto una coltre di facciata un omicidio eccellente e  con eccellenti vernici resistenti a qualsiasi onus probandi.

Intanto, il crimine del caso Martoglio, venne coperto da un tipo di verniciature talmente labili da poter essere  rimosse e vanificate dalle più semplici deduzioni e intuizioni di cui ogni indagine giudiziaria ordinaria si serve nel procedere fino al pronunciamento di un Pubblico Ministero. Pronunciamento a preludio di chi concluderà con la sentenza esecutiva che onestamente formulerà basandosi su “scienza e coscienza” chi non porta giacche con falde suscettibili di essere tirate da chi ha mano ferma al momento di imporsi sulla coscienza di cartapesta di chi è deputato a scrivere una onesta sentenza. O prendere iniziativa per una indagine severa e adempiendo con rigore ai propri doveri di magistrato o di pubblico ufficiale.

  1. Conclusione? Certamente. Eccola: la verità, quali che siano le indagini, le ricerche e le riesumazioni, resta una meta verso cui l’astratto furore vittoriniano ci anima sinceramente, e da ingravidabalconi, del genere individuato da Giovanni Verga, non possiamo che farcene amanti, pestando acqua nel mortaio della diagnosi di Vitaliano Brancati e con la proterva insistenza di risentiti, tali come siamo, secondo Sebastiano Addamo.

Non resta che dover riconoscere un pestare acqua nel mortaio anche a questa mia divagazione su un crimine avvenuto cento anni or sono, crimine dagli alibi ridicoli e dalle “giustificazioni” talmente tracimanti di contraddizioni da lasciare senza parole chi si chiede, appunto, un secolo dopo i fatti evidenti, come mai e come nessuno: questore, prefetto, procuratore del re, etc. avendo capito finse di non capire.

Quindi, adesso, tutti, dico tutti, non possiamo, nostro malgrado, ma ragionevolmente affermare: bisogna capire che non c’è nulla da capire, etichettando con salvifica ironia l’esito di questo stesso risentimento con la sigla dell’ennesimo scoop del palpacalli.

E la vita continua, come avrebbe detto quel personaggio poetico, Meo Del Cacchio, descritto da Trilussa (Alberto Salustri), amico di Nino Martoglio.

Mario Grasso
Catania, 28 gennai0 2021