C’è una poesia che non si accontenta di essere bella. Non vuole consolare, ma scuotere. Non parla dell’amore, ma dello sguardo che lo nega. Non celebra la storia, ma la fa tremare. Questa poesia è quella di Mario Grasso: una poesia che non smette di guardare. Una voce che guarda sia alla contingenza (Contingenza 2): “Nei turni ogni mio giorno si dipana / la buriana ironica sospinta / e non per finta / morde silente il dubbio / e qui la vita / tutta in salita verso il dove quando / non si sa. / (…)”, sia a Nessuna rivoluzione : “C’è lo sport e gli scandali / le tasse e i Vaticani / gli amori clandestini / (…) / non trovi amori per il tuo cuore / egoismi smodati assorbe il sole / (…) / e Rambo e bunga-bunga e porta-insegna / (…) nemmeno un sol trascorso come in Cile / un fuoco di fucile un’azione / lo straccio d’una qualche rivoluzione / né amore né sorrisi in questo ovile. Italia Gelsomina. Zampanò, Ciufile”. Gelsomina, Zampanò e Ciufile, i felliniani personaggi de La Strada, ci mostrano come la poesia di Grasso non sia mai tenera. Dove il degrado esistenziale e spirituale diventa limite e ostacolo per qualsiasi invenzione rivoluzionaria, egli evoca l’innocenza, i saltimbanchi, i matti.

Algebre e Sigilli

Nel suo ultimo libro, Algebre e Sigilli, non ci sono versi che scorrono come fiumi tranquilli. Ci sono equazioni vive. Simboli che non indicano, ma accusano. Lettere che diventano nomi di morti, numeri che contano le guerre, uno zero che non è assenza ma presenza insopportabile: il nulla come memoria che non si spegne. Grasso non scrive per chi cerca rifugio. Scrive per chi ha gli occhi aperti, anche quando il mondo urla di chiuderli. Tra conflitto e sofferenza, la sua poesia è un’algebra del dolore e dell’attenzione: ogni segno, ogni parola, ogni silenzio è un’operazione “x + 1” non è un risultato, è un grido. Un surplus di senso che il potere vorrebbe cancellare, ma che resta come un’ombra ostinata. Una taccola vola: vuole superare confini, reti, leggi che impongono “qui finisce il cielo”. Un cecchino la colpisce. Non perché sia pericolosa, ma perché sogna. E in quel gesto semplice – un uccello abbattuto – Grasso racconta tutta l’Italia, tutto il nostro tempo: chi osa immaginare un mondo diverso viene eliminato. Non dai carri armati, ma dall’indifferenza, dalla satira distorta, dai social che trasformano il lutto in trend. Eppure nella sua poesia non circola soltanto rabbia. C’è anche tenerezza. Nei versi dedicati a una mano che accarezza un viso, o al respiro del sole accanto a un sorriso, vive una delicatezza che non tradisce. È la stessa delicatezza con cui ricorda i bombardamenti su Castiglione, i panni stesi sui fili mentre cadeva la guerra, i bambini che leggevano Buffalo Bill e capivano – senza parole – cosa fosse la razza. Qui la poesia non è eleganza, ma testimonianza. E poi c’è il Nulla. Non il vuoto dei social, non il buio delle notti senza stelle. Il nulla di Virginia Woolf, che Grasso riprende e rende vivo: un vuoto che parla. Che domanda: “Chi sei stato? Chi sei diventato? Cosa hai fatto mentre gli altri morivano?”. Responsabilità senza pessimismo. Le sue sferzate sono taglienti, ma mai gratuite. Quando attacca il “governo dei pupari” che promette l’estate d’inverno, o il Papa che benedice le armi e tace sulle bombe, non è polemica, è giustizia poetica. Parole che non cercano il plauso, ma il risveglio. E quando scrive: “Morendo non perirono”, non è per retorica: è una verità antica che si riaccende. Come nei campi di Termopili, come nelle Steppe dell’Ucraina, come nei lager: chi muore per qualcosa di grande non muore. Diventa un punto di riferimento. Un segno. Un sigillo.  I suoi testi non sono libri da leggere in un pomeriggio di pioggia. Sono strumenti da usare, invenzioni di nuove armi. Da portare con sé. Da estrarre quando il mondo chiede la resa. Grasso sapeva che la poesia non è ornamento. È un’arma. Non quella che uccide, ma quella che ricorda, che riapre ferite mai guarite, che fa parlare i morti, perché i vivi non dimentichino. Per lui il mondo della poesia è deleuzianamente, una macchina da guerra, un’arma che sfugge alla morte e apre linee di fuga come forma di lotta non luttuosa. Sintesi. Grasso è andato via, ma lascia un cantiere vivo. Non elimina i conflitti di cui la vita è ricca. Non chiude il divenire, complesso e non privo di finalità, senso, cose da fare e rifare. Non un monumento, ma un laboratorio aperto, dove ancora si costruisce e si scrivono nuovi sigilli. Dove continua a risuonare la domanda: cosa significa essere umani, quando il potere vuole ridurci a consumatori di emozioni? La sua eredità non è in una statua, ma in una foce che non si spegne. In un premio letterario che porta il suo nome “CeSPOLA”, si dice: “La scrittura è cura del sé. La lettura è cura del mondo”. Forse è proprio qui la rivoluzione più profonda: cambiare il sistema cambiando se stessi. E, attraverso se stessi, cambiare ciò che ci circonda.  Relazione. Mario Grasso non ci ha lasciato risposte, ma domande. E le domande, quelle sì, non hanno confini, sono relazioni conflittuali, un credere altrimenti: allegoria di una fedeltà all’impegno del lavoro comune. Sono il vero cantiere. Senza soste. Atto di resistenza. Un agire poetico che, ricordando Albert Camus, si ripone ancora nei termini: lotto, esisto. Lotte di singolarità concatenate.