l’importante condivisione del ricordo

«Il passato non va rinnegato, va studiato, elaborato e compreso perché da esso se ne tragga il meglio e il peggio ci aiuti a non ripetere gli errori dei nostri predecessori»

(Gabriella Calì, “Quel Natale del ’59”)

È “un viaggio educativo, gioioso e divertente nel mondo che ha preceduto internet, e che non avrebbe saputo immaginare il futuro tragico delle Torri Gemelle”, scrive Mario Grasso in prefazione a proposito del nuovo romanzo della scrittrice acese Gabriella Calì intitolato “Quel Natale del ‘59”.

Ma lo si può anche definire diario di una giornata di indesiderate ma sorprendenti pulizie. Con un linguaggio scorrevole e accessibile, l’Autrice accompagna il lettore in un viaggio nel passato. Servendosi di una finzione letteraria che vede per protagonista una signora che porta il proprio stesso nome, architetta una cornice narrativa appartenente alla quotidianità domestica di chiunque: Gabriella, su insistenza della figlia Adriana, ormai adulta e quel giorno passata a trovare la madre, si vede costretta a mettere ordine tra gli scatoloni del ripostiglio e a fare un oneroso lavoro di selezione della caleidoscopica mole di quelle che lei stessa chiama «le mie anticaglie». Qualcosa andrà buttato via, qualcosa resterà. Tuttavia, questa incombenza, e la sua condivisione, si fanno pretesto per un viaggio nella vita della protagonista (e in parte della stessa Calì), ripescando vicende personali ma anche tradizioni di un popolo in una precisa parentesi storica (l’immediato secondo dopoguerra) e geografica (la realtà socio-culturale Acireale).

Tra note di malinconia e irruzioni di divertimento grazie alla sensibilità e all’umorismo dell’Autrice, è un romanzo che si legge d’un fiato, identificandosi ora in un personaggio ora in uno degli oggetti tirati fuori da uno scatolone come un coniglio dal cilindro.

Ad ogni oggetto ripescato si apre una digressione o un flashback, un po’ come accade a Proust con la madeleine ma con una connessione più diretta.

Ogni oggetto ha una storia, ricordi di vita vissuta che vengono rievocati e raccontati man mano da madre a figlia. Ognuno di essi fa rivivere un pezzo di sé ma anche l’intero mondo in cui quel pezzo di sé ha preso forma, fatto di tradizioni, usanze, abitudini, mode. È il caso della pelliccia, che passa e torna, e che acquista significati diversi nell’immaginario collettivo in rapporto all’epoca. Il primo oggetto (che la figlia vorrebbe buttare e la madre conservare) è proprio una pelliccia di volpe dagli occhi vitrei.

Ma dagli scatoloni vengono fuori anche vecchi abiti, cuciti su misura in pezzi unici e poi passati da sorella in cugina, e solo quando divenivano inservibili perché troppo logori se ne ricavano stracci. Saltano fuori vecchi quaderni di scuola, conservati per il gusto di ricordare momenti del percorso di maturazione. Oggi sarebbe impensabile, ma quanti di noi non hanno mai curiosato nei vecchi quaderni scolastici dei genitori? Quante bambine non hanno mai ricavato, con la mamma o la nonna, abiti per le bambole dai tulle delle bomboniere conservati per l’occorrenza? Dagli scatoloni esce di tutto. Sembra quasi ci siano tanti oggetti quanti i tipi di lettore, e ognuno può leggendo trovare qualcosa in cui identificarsi. Oggetti ormai da museo, rari da trovare persino nelle case delle nonne, sono poi quelli appartenenti alla tradizione popolare, come il telaio rotondo, il fuso, il grammofono, la conca di rame della nonna dove si metteva la carbonella e si accendeva per riscaldare l’ambiente (o per profumarlo con l’aggiunta di scorza d’arancia o mandarino), la caffettiera napoletana, i tubicini di canna per fare i cannoli, il setaccio per la salsa, il raschietto per il ghiaccio, l’arcolaio, il ferro da stiro a carbone, l’ovetto di legno per rammendare le calze. E poi si arriva ai primi album fotografici, con foto d’epoca, dalla propria infanzia sino al fantomatico Natale del ’59. Proprio da una foto scattata in quell’occasione parte la rievocazione di quei giorni.

Gli oggetti come le foto non sono mai fini a se stessi ma sono ponti, tramite per vissuti, storie, persone, pezzi di folclore. Questo è infatti anche un libro di storia popolare travestito da romanzo, che si serve della sua forma espositivo-narrativa per insegnare, per far rievocare alle vecchie generazioni ciò che si vuol lasciare in eredità a quelle nuove. In mezzo ci sono abitudini domestiche ma anche feste locali. Si racconta per esempio della tradizione della festa dei Morti, per gli adulti giorno di visite al cimitero ma per i bambini soprattutto giorno di giocattoli nuovi: si diceva che i parenti defunti passassero di notte a trovare la famiglia e per i piccoli lasciassero doni nuovi di zecca o tirassero fuori degli anni passati, conservati per non sciuparsi. Gabriella Calì non rinuncia, qui come in altre occasioni, a frecciate sulla realtà contemporanea, sul consumismo che spesso sottrae ai giocattoli importanza e connotati affettivi, rendendoli perfettamente sostituibili quando vecchi od ormai troppo familiari dunque noiosi.

Facendo nel proprio piccolo da controparte allo storico, con lo stesso spirito ricorda le lucciole, oggi in Sicilia definitivamente estinte a causa dell’arrivo dei pesticidi. Ricorda l’antico presepe artigianale, realizzato in ogni casa con beni di prima necessità e quello che si riusciva a racimolare: muschio raccolto in giardino, mandarini, la farina che fungeva da neve. Ricorda i canti di natale dialettali, oggi sostituti da quelli in lingua inglese. E che dire della cucina tradizionale? Acireale è stata famosa per l’arte dei maestri pasticceri, oggi quasi scomparsa. Note di costume sono anche le preghiere e le filastrocche tra il cristiano e il pagano che si pronunciavano un tempo, quando per esempio veniva smarrito qualche oggetto. La Calì dipinge poi un mondo fatto di mestieri oggi quasi estinti, come il luppinaro.

Una nota di costume che non esita a sfociare nell’humor è la dissertazione sulla biancheria intima di un tempo, realizzata in casa e diversa al cambiare delle generazioni. Più d’una pagina è dedicata alla descrizione e alla specifica funzionalità dei vari modelli, con le specifiche trovate per adattare quegli indumenti alle varie esigenze umane, con dei sistemi a volte ingegnosi a volte contorti. Compare pure l’antenato del salvaslip. Che dire poi delle norme igieniche, come l’uso del vaso da notte e del cantro, o del gabinetto alla turca? Un tempo, poi, l’acqua doveva essere scaldata col fornello, e non c’era lavandino ma una brocca con una bacinella in ceramica e un secchio. In tempi in cui non erano ancora stato inventato il phon si ricorreva ad asciugamani scaldati col ferro da stiro e passati sui capelli bagnati.

Che non si pensi, tuttavia, che nel rievocare il passato l’Autrice si dia a passive e sterili malinconie. Ironizza e riesce a leggervi pro e contro, con pensiero critico.

L’ironia, talvolta provocatoria e irriverente, è un pilatro della sua cifra stilistica. Questo atteggiamento emerge con forza nei dialoghi, soprattutto quelli che si servono della lingua siciliana. È il caso di quelle volte in cui i personaggi, per ignoranza e nel tentativo maldestro di parlare italiano, finiscono per storpiare le parole. Sono esilaranti i litigi, i battibecchi; è particolarmente efficace, anche nelle suggestioni emotive trasmesse, lo sfogo della zia Santa da sempre dedita alla famiglia e mai gratificata. Non si può non citare l’episodio della gaffe sul verbo cunsare, che è polisemico (da condire ad apparecchiare). C’è spazio anche per i proverbi (come Iaddinedda ca camina, si arricogghi ca vozza china) e per le espressioni più propriamente acesi, di cui viene spiegato il significato. Da questo punto di vista, questo romanzo diviene ulteriormente istruttivo per tutte le età.

Efficaci alcuni personaggi che sono quasi vignette, così nitidi da poterli vedere. È il caso del nonno della piccola Gabriella, che era solito parlare poco, «non offendeva nessuno, ma gonfiava le guance e a poco a poco, mandava fuori l’aria a piccoli getti, con un sibilo muto che pareva facesse: ppò-ppò-ppò-ppò…». Poi va citata la zia Sarina, che teneva la casa immacolata e proibiva di salire sui tappeti: «“Mi cci strammati a frinza ȏ tappetu” e subito si chinava e lisciava l’estremità del tappeto con le dita.» Il personaggio più articolato è però quello della zia Santa, di cui a poco a poco viene narrata la triste storia.

La narrazione di episodi circoscritti nel tempo e nello spazio, tuttavia, non preclude per Gabriella Calì la possibilità di ampliare le proprie vedute a un livello universale attraverso l’impegno civico ed ecologico. Apre una digressione sull’importanza della raccolta differenziata e l’inquinamento; sugli insegnamenti della scuola che spesso viene bacchettata dimenticando che però molte cose un tempo le insegnava anche la famiglia, oggi assente.

Già in prefazione si è notato come la scelta del Natale quale periodo oggetto di memoria può esser letta anche come metafora. Il Natale come giorno in cui, attraverso il compimento di ritualità, si ricorda e consolida qualcosa, qualcosa che ha rappresentato, tanto nel cristianesimo quanto nelle religioni pagane, un punto di svolta nella civiltà umana, una promessa di rinnovamento, di rinascita spirituale e culturale. Il Natale può, in questi termini, essere paragonato all’atto di ricordare perché il ricordo ci permette di cucire insieme le parti di noi, dandoci una visione d’insieme che ci rende soggetti pensanti e attivi, capaci di scelte consapevoli e autonome. Il passato, come Gabriella Calì scrive più volte, è la chiave di accesso per la comprensione del presente e la corretta pianificazione del futuro. Si conservano gli oggetti perché se ne conservano i ricordi.

Questo parallelismo tra il mondo esterno degli oggetti concreti e quello interno dei ricordi e delle identità è ancor più evidente in un passaggio dell’operazione di spacchettamento degli scatoloni. Che i cartoni imballati siano un po’ come pezzi di sé? Ci sono momenti della propria vita in cui qualcosa si inceppa e si sente il bisogno di fare ordine dentro di sé. A volte questo lavoro può essere corredato da uno speculare esterno, come le pulizie domestiche o il ricollocamento di mobili, oggetti. È quello che accade quando qualcuno trasloca. Si tira fuori pian piano qualcosa che parla di sé e del rapporto con i cari, si sceglie un posto nuovo, si sceglie se tenerla o metterla via. Questo lavoro si può fare anche con gli oggetti interni. Gabriella-personaggio (e forse anche Gabriella-autrice) lo fa su ambedue i fronti. A quell’età è più la voglia di conservare che buttare, in virtù di un deterioramento naturale contro cui si lotta, da cui non ci si vuole far strappare via nulla. Certo ben sa che, «in fondo, i ricordi sono quelli che restano dentro il cuore e non quelli che si toccano con mano. Posso trasmetterli ai miei figli e ai miei nipoti anche attraverso i miei pensieri scritti», che è esattamente ciò che l’Autrice fa.

Che approfitti del proprio personaggio per compiere questa operazione in prima persona? È probabile. È naturale ci siano disseminate qua e là proiezioni autobiografiche, anche se il lettore potrebbe essere erroneamente indotto a credere che la quota autobiografica sia più alta di quanto realmente è, ingannato dal narratore in prima persona, dal nome della protagonista omonima e di alcuni altri personaggi della storia. Dentro c’è molto di Gabriella Calì, la Calì vera e la Calì sognata. Sappiamo per esempio che non ha figlie femmine, mentre nel romanzo è madre di Adriana ed è bello leggere il ritratto di madre che l’Autrice avrebbe immaginato per sé (e quale immagine di figlia). La cugina Giulia, dedicataria del libro, compare nelle avventure dell’infanzia. E poi ci si potrebbe chiedere se il desiderio di sfogliare un album fotografico non appartenga alla stessa Autrice alla stregua di quello di maternità, dal momento che, come sappiamo, la Calì è non vedente. Che l’espediente del romanzo sia un mascheramento?

Le opere di molti scrittori a una certa età iniziano ad assumere tinte personalistiche, come possiamo constatare anche consultando il percorso letterario dei più grandi e conosciuti, e questo accade perché si arriva a uno stadio della vita umana in cui il proprio sentire è segnato da istanze che hanno la fortuna, in questi casi, di trovare espressione nella scrittura. La narrazione di sé è auto-conservazione e progettualità, è relazione a partire dalla solitudine, ed è tanto altro su cui non ci si dilungherà. Qui, è il caso dire che è senz’altro riparazione ed elaborazione di un vissuto, anche nella veste di scrittura creativa e quindi nell’espediente della finzione letteraria, e si concretizza nella scelta dello stile. Lo stile può essere considerato il personale compromesso tra l’esigenza di svelare e quella di celare, tra l’autopresentazione e l’autocensura. La scrittura, anche quella creativa, innescata e alimentata da un desiderio nascosto e comunque intimo, consentendo un “controllo retrospettivo” dei vissuti, fatti ed emozioni, permette di ristrutturarli, riorganizzarli in un ordine nuovo, come in “Quel Natale del ’59” accade con gli scatoloni. Il vantaggio è dato dall’interposta persona del personaggio, che può permettersi di fare e dire qualsiasi cosa perché sarà sempre, dirà lo scrittore, un frutto della propria fantasia.

Ma lo stile nasce anche, come già detto, dalla censura di chi non vuole però che si sappia o si capisca troppo e allora provvede a camuffare, deformare, travestire creativamente la verità. La fantasia è conditio sine qua non poter versare aspetti autentici di sé senza timore di venir scoperti, rintracciati dalla lettura (invadente?) dell’altro.

«L’uomo è meno se stesso quando parla di persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità».

Oscar Wilde

È anche per questo che non bisogna mai, per nessuna ragione, chiedere più di mezza volta allo scrittore cosa ci sia di vero e personale nel proprio romanzo. La domanda è inopportuna, dimentica lo scopo e la stessa ragione di vita della scrittura, ed è una perdita di tempo, perché lo scrittore non vi dirà mai nulla di più di ciò che ha già scritto.

La stessa Autrice a conclusione: «Molti dei fatti narrati sono assolutamente veri e altri di mia fantasia ma… non scervellatevi per cercare di scoprire la verità, non ne vale assolutamente la pena. Se vi va, leggetelo così com’è, in caso contrario non me ne importa».

Giulia Sottile

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