Premesso che la politica è, all’occasione, l’arte di spacciare acqua per acquavite, bisognerà ammettere che questo momento della politica italiana è occupato dal ministro Matteo Salvini con le sue generose qualità di spiccante politico. I fatti sono palesi e non occorre commentarne l’essenza. Con altre parole: non si può negare a Salvini il carisma del vero politico e persino eccellente, con i tempi che corrono.

Dal pescivendolo napoletano del Seicento al geniale insegnante e giornalista di Predappio nel secolo scorso, in Italia gli esempi (modelli) non sono mancati. E la storia è nota. Alcuni la definiscono maestra per la vita. Questi due “capipopolo” pur così toto coelo diversi, hanno avuto in comune una fase di emotivo encomio cui è seguito il più turpe degli oltraggi. Entrambi finirono uccisi dalla stessa folla che li aveva acclamati, Tommaso Aniello (detto Masaniello), encomiato per la rivoluzione contro le esose imposte, Benito Mussolini (il Duce) per “I treni in orario”, “Dormire con le porta aperte”, “Un posto al sole” etc. Quest’ultimo nel suo estremo discorso   già in fase di Repubblica di Salò, si lasciò sfuggire una frase di forte rammarico, ma in fondo anche di verità: “Se il popolo italiano avesse collaborato per la vittoria, come ha collaborato per il tradimento, oggi avrei potuto parlare dal Cairo…” . Poi le cose sono andate come sono andate, e fino a Piazza Loreto. Lasciamo i particolari alla Storia. E lo diciamo, sia chiaro, da simpatizzanti per la linea politica totalmente ossimora a quella che è stata del fascismo.

2 – Il rievocare due personaggi totalmente diversi tra loro, vissuti in epoche diverse e, comunque, inadeguati a qualsiasi confronto dal punto di vista delle loro vicende populiste (o popolari che forse sarebbe meglio definirle), non si pretende sia una proposta di casi eccezionali di servo encomio finito in codardo oltraggio: quella infima del pescivendolo di Napoli abbinata a quella d’alto livello storico del giornalista e insegnante di Predappio. Le abbiamo preferite per comodo e immediati momenti storici di riferimento (tragico), elementi entrambi patrimonio di conoscenza comune a quanti hanno confidenza con qualche nozione di storia patria. E per introdurre l’aspetto che potrebbe dare ragione a chi sostiene che il voltafaccia e gabbana sia una tra le prerogative proprie degli italiani. Giuseppe Giusti, (1809/1850) ne “Il brindisi di Girella”, dedicato, quella volta non a caso, “Al signor di Talleyrand, buon’anima sua”, lasciò scritti versi che oggi come oggi sarebbe un vero peccato d’omissione non destinare, per scheda d’identità, a qualcuno, e per questa volta italiano e non ancora “buon’anima sua”: (…) Io nelle scosse / delle sommosse / tenni per ancora / d’ogni burrasca, / da dieci a dodici / coccarde in tasca. / Se cadde il Prete, / io feci l’ateo, Rubando lampade / Cristi e pianete / case e poderi / di monasteri (…) Se poi la coda / tornò di moda / ligio al Pontefice / e al mio Sovrano / alzai patiboli / da buon cristiano. / La roba presa / non fece ostacolo; / ché nel difendere / Corona e Chiesa / non resi mai / quel che rubai (…).

3 – Il trionfante ed encomiatissimo ministro Matteo Salvini (ironia dei nomi propri se si pensa al fresco disarcionato Matteo (Renzi), gran vero politico anche lui, appena uscito di scena), reagendo garbatamente alla sentenza giudiziaria, che ha imposto il sequestro di tutti i beni intestati alla Lega, di cui è segretario politico, non ha esitato a commentare come lui, personalmente e nelle cariche rivestite attualmente, non muoverà collo né piegherà sua costa (per dirla con il Farinata dantesco), al momento di procedere nei propri intenti politici, e che la Giustizia continui pure i suoi oltraggi contro la Lega, tanto gli italiani sono tutti dalla sua parte.

    Il che può essere o sembrare vero. Sappiamo che questo nostro attuale ministro dell’Interno è solito esternare d’istinto, quindi nessun dubbio sul suo padroneggiare la storia e la “filosofia” della stessa storia con i suoi fatali contrappassi, non sempre a sorpresa, specialmente tra gli italiani votati al servo encomio e al codardo oltraggio, come conseguenza dello stesso peccato di cui Alessandro Manzoni si dichiarava “vergine”.

Né sarebbe necessaria nozione di storia patria per un Matteo (Salvini), che ha trionfato sulla sfortuna (non drammatica per carità, questa volta) dell’altro Matteo (Renzi), il quale, dopo aver ottenuto un quaranta per cento da record per il proprio partito, nel volgere d’un turbolento tramonto, tra fatale contrappasso e fuoco amico, si trova adesso a sfogliar petali appassiti di pregresso encomio e foglie morte colorate dal livore giallo del presente e perdurante oltraggio.

mariograsso

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