Stefano D’Arrigo nasce ad Alì Terme nel 1919 ed è da molti considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura italiana del secolo scorso, di cui possiamo vantarci in quanto nostro corregionale, siciliano del messinese, dai meriti letterari riconosciuti e valorizzati dai più grandi critici che abbiamo avuto, tra cui Maria Corti, Gianfranco Contini, Claudio Magris, Vittorio Sereni, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni, Vincenzo Consolo, Primo Levi, Giuseppe Pontiggia, Geno Pampaloni, Walter Pedullà, Stefano Lanuzza, non ultimo Mario Grasso. Ha inoltre ricevuto una laurea honoris causa in oceanologia. Meriti che tuttavia continuano a esser messi in discussione in parte per la non facile fruizione delle sue opere (di cui la maggiore consta di oltre 1200 pagine e usa un linguaggio molto particolare), in parte forse per quella nota di risentimento teorizzato da Brancati.

Professionalmente impegnato su diverse riviste italiane in qualità di critico d’arte, distintosi poi in prima battuta con le poesie di Codice siciliano, uscito nel 1957, preludio per quella che è stato ed è tutt’ora considerato il suo capolavoro, il romanzo Orcynus Orca, edito nel 1975 dopo circa 20 anni di lavoro tra stesura e revisione. Seguirà Cima delle nobildonne, romanzo del 1985. Le pubblicazioni, limitate numericamente, non lo sono nella mole e nel valore. Soprattutto il primo romanzo fece molto discutere, sia per la lunga attesa da parte di pubblico e critica, sia per lo stile sperimentale e del tutto fuori dagli schemi, atipico, non facilmente digeribile specialmente per i sostenitori di una letteratura tradizionalista che in Sicilia ha avuto il suo capostipite in Giovanni Verga.

Se da un lato è impossibile affibbiargli una categoria (come possono esserlo le diciture verismo, futurismo, post-modernismo) e bisognerebbe crearne una a parte; dall’altro qualcuno ha avanzato la possibile (e parzialmente adottabile) etichetta di “neobarocco” (cfr. Stefano Lanuzza, in: AA.VV., Gli eredi di Verga, atti del convegno nazionale di studi e ricerche, Randazzo 11-12-13 dicembre 1983, Comune di Randazzo, 1984), non inteso come comunemente in passato, virtuosismo estetico vuoto di sostanza (da distinguersi in tal senso dal manierismo), bensì come espressione del desiderio di spazio e di infinito, liberazione dai codici convenzionali del linguaggio attraverso il linguaggio stesso, esplorandone tutte le potenzialità, le infinite sfaccettature. Da questo punto di vista, dunque, sebbene l’esempio di Verga resti in qualità di sedimento psicologico-culturale, è possibile accostare D’Arrigo a quell’asse che dalla Lombardia parte da Carlo Emilio Gadda e Giorgio Manganelli passando per Pizzuto, Ripellino, Consolo e Bufalino. Per il ricorso alle contaminazioni dialettali siciliane nella lingua di comunicazione anazionale, è vicino a Mario Grasso e Giovanni La Torre, ma ancor di più al francese Céline per l’originalissimo uso che fece dell’argot, coniando una nuova lingua, che Lanuzza ha definito “interattiva”, “mosaicale e scintillante” (ibidem). Quanto ai temi, invece, non si può non prescindere dagli esempi degli introspettivi Marcel Proust e James Joyce, e dello scrittore del mare Ernest Hemingway.

Dinnanzi al timore suscitato dalla difficoltà di lettura dei suoi scritti, spezzò una lancia in suo favore allora Pasolini, successivamente Lanuzza. Il primo suggerendone una doppia lettura, la prima: “frase per frase, per seguire la storia della scrittura”; la seconda: “per seguire la storia degli avvenimenti”. Lanuzza sottolinea invece come l’ampiezza lessicale non prescinda mai dalla profondità del senso e come non sia in fondo tanto la lingua di D’Arrigo a essere difficile, ma la nostra lingua quotidiana a essere povera (ibidem).

La frequente polisemia, i giochi di parole, l’inammissibilità delle consuete categorie spaziotemporali, il passaggio in secondo piano della trama, il nichilismo apocalittico di fondo, la ricchezza di neologismi (i critici ne hanno individuate qualche centinaio), gli esperimenti fonetici, mette a dura prova le facoltà intellettive del lettore ma al contempo, nel momento in cui si riesce a immergersi completamente nell’ottica, nella forma mentis “altra” della scrittura di D’Arrigo, si riesce persino a divertirsi.

“La parola orcynusa richiede una lettura ‘lenta’, ‘anacronistica’, centellinando e decantando il magma della scrittura e ‘torturandolo’ (…) comprendendo quanto l’emotività del dialetto giovi alla lingua codificata quando ne smascheri la foggia burocratica e sappia rilanciare in modo non vano la querelle fra lingua scritta e lingua parlata” (ibidem).

L’importanza del dialetto è preponderante nella scrittura di D’Arrigo come di qualsiasi autore siciliano, che ne faccia uso o meno. È una lingua nella misura in cui segue logiche proprie anche nella grammatica, sganciata sotto tanti punti di vista, non solo storici, dall’italiano. La lingua di Stefano D’Arrigo (che possiamo definire azzardosamente il darrighese) ha nei suoi natali un italo-siciliano misto a greco, latino, provenzale antico, arabo, spagnolo, portoghese, catalano, francese, inglese. Non solo il suo autore lo sa, ma ci gioca pure. È anche per questo che il suo nome spicca su una vetta superiore anche rispetto a un Gadda e ai “colleghi di stile”.

Il tema del viaggio, sia geografico che psicologico, che l’uomo moderno compie dentro e fuori di sé, insieme all’atmosfera epica che lo caratterizza (un’epica tutta sicula), accomuna il protagonista di Orcynus Orca, ‘Ndrja Cambrìa, all’Ulisse di Omero e al contempo ci permette di affermare che Stefano D’Arrigo è il Joyce italiano, quello che più di tutti può rappresentarne la controparte qui da noi, che ne ha reso lo stile.

Quanto detto, tanto sul contenuto quanto sulla forma, in riferimento alla scrittura del romanzo, trova il suo preludio nell’esordio poetico. Già in Codice siciliano troviamo infatti personaggi, animali, oggetti, atmosfere care al D’Arrigo successivo, è qui che inizia il suo “viaggio”, la sua “ricerca” nel profondo primordiale della nostra storia e della nostra natura, come un archeologo. Ci sono già tracce delle sirene, delle fere (trasposizione del delfino nel “due-mari”), gli antenati, l’affetto della donna, il confronto tra culture diverse e tra generazioni; in una poesia il mare viene definito “come vino”, che poi nel romanzo diventerà “mare di sangue pestato”. Codice siciliano è codice linguistico, quel codice che Mario Grasso, nel suo primo libro di paremiologia tanti anni fa, ha chiamato “lingua delle madri”.

Giulia Sottile

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