Sono tempi di grandi saggezze i nostri, uno che sia osservatore e ne cogliesse i segnali nascosti potrebbe definirli estreme testimonianze umane alla vigilia della prossima era del robot. Una condizione umana da mettere sotto spirito, per dirla in metafora pensando al mostro che Federico De Roberto fa partorire a chi doveva dare un erede agli Uzeda di quella volta. Abbiamo potuto ammirare la puntualità dei robot nel servire ai tavoli a Las Vegas, l’impeccabile a plomb nelle livree, la solerzia nel prendere le ordinazioni e la tempestività nel soddisfare puntualmente in tempi minimi, anche questo tempismo esibito per non far rimpiangere i tempi umani di simili servizi. Ma qui si tenta di rivolgere un omaggio, un peana quasi alla saggezza tutta italiana sciorinata generosamente dai politici in predicato di prossimi governatori del Bel Paese dove quella volta “suonava il sì” dove adesso pascola un gregge giulivo produttore di pura lana saltata. E anche questo criterio della lana saltata sarebbe da glorificare fosse solo per omaggio ai pastori di lungo corso in gara con pastorelli di primo pelo. Il gregge ubbidisce alla gestualità del pastore ed è meraviglioso il suo comportamento così ben fissato nel verso dantesco: “e come l’una fa le altre fanno”. Il pastore lo sa, lo ha appreso dal comportamento degli stessi ovini delle sue cure per la lana saltata al tosatore. Qualcosa che trasferita nella fraseologia paremiologica di noi uomini corrisponde al dire: “Il popolo è mostro senza testa e il primo che passa gliela presta”.

2 – Sono tempi di grandi saggezze i nostri e se ne coglie a piene orecchie e ragione persino stando in casa dietro il piccolo schermo domestico robot ambasciatore della tragedia, del mistero, dell’assurdo e del comico quotidiano. Si coglie nello strascico politico-elettorale a carico della  tragedia di una ragazza fatta a pezzi abbandonati dentro due valige. Si coglie nelle piazze delle manifestazioni politiche sindacali, o dei risentimenti illuminati da rificolone e striscioni inneggianti a ”Ladroni, carogne tornate nelle fogne!”. E intanto l’ex senatore Dell’Utri langue in un carcere di massima sicurezza. Eppure era stato fondatore di Forza Italia. Adesso lui lasciato in gattabuia e il fruitore della forza d’inerzia di quel lancio, l’onorevole Berlusconi, libero come un fosco rondone del Mar nero, a tessere sul gregge un bisso di promesse elettorali. Ma non sol promesse del genere che poi uno ha altro da fare e ”fatta la festa gabbato lo santo” (ognuno loda ognuno taglia). Non solo promesse, dicevamo ma profezie. Profezie che uno se avvertito di studi classici non potrà fare a meno di pensare a Spargapise e alle sue profezie in punto di morte, ricordate per rafforzare la superstizione mitologica dell’uomo che in punto di morte diventa profeta. Superstizione, sicuramente, ma uno, intanto ci pensa, e subito realizza che questo genere di profeti non muore mai quindi non può predire alcunché

3 – La profezia elettorale di questa tornata che va a concludersi il quattro marzo l’ha pronunciata Berlusconi. Ma come nei versi di Berchet “S’ode  a destra uno squillo di tromba … a sinistra risponde uno squillo” ecco il pendant dell’altro profeta, l’ex premier Matteo Renzi che fa eco per confermare che all’indomani delle elezioni del quattro marzo, poiché si prevede che nessuna maggioranza sarà tale da poter dare vita a un governo, si dovrà tornare alle urne. Una saggezza quella dei profeti. Questo si può dire senza peccare di filomitologia. Saggezza, tanto è vero che basterà pensare al caso di Spargapise e alla dottrina di chi prima di esalare l’ultimo respiro predice qualcosa. Metafora per dire che la saggezza si acquisisce dopo essere vissuti a lungo e aver raggiunto la soglia per il viaggio senza ritorno. E fin qui va bene. Non va bene per la sensibilità di quella parte del gregge che di andare a votare non vuol sentirne. Di quella parte che è, essa sì maggioranza. Quella parte che adduce belati di risentimenti virtuali, da paranoie parrocchiali quando  giustifica la propria scelta trogloditica di rinunciare al proprio diritto di andare a votare. Quella parte che adesso potrà dire: tanto sono elezioni inutili in partenza, lo hanno persino detto i pastori profeti di destra e di sinistra. Che vado a fare col votare?

4 – Scriviamo ossimoricamente queste note di ottimistica malinconia per il tipo di saggezza dei tempi dei braccialetti elettronici e dei misteri mafiosi, memori di altri tempi pregressi, quando i candidati andavano a bussare alle porte degli elettori per spiegare loro che il voto è una cosa seria e che prima ancora di essere un diritto è un dovere. Altri tempi. Ed è naturale e giusto che siano altri, poiché il progresso non è una voce del vocabolario ma una realtà umana. Infatti la vita non è stasi, se persino l’acqua imputridisce quando non viene agitata dal vento, da remi o da qualche bastone. Probabilmente i candidati dei nostri giorni sono coscienti più di quanto li si creda. Coscienti delle colpe e dell’aria infetta che respiriamo, dei cibi insani di cui ci alimentiamo, degli orrori di cui ci informano le cronache e che sembra si siano destinati a crescere a moltiplicarsi. L’essere coscienti li rende timidi, complessati, si vergognano di andare a bussare alle porte e preferiscono l’elettronica per spersonalizzare. Si vergognano dello stesso progresso. Ma in cuor loro si sentono ruote. Ruote perché si ritengono veicoli di se stessi. Consapevoli del fatto che  l’uomo è stato sempre una ruota fin dai tempi in cui la ruota non era stata inventata. Realmente l’uomo è una ruota perché si muove e muove, perché è stato capace di asservire ai suoi voleri e bisogni la stessa natura, dal mare al cielo e adesso tenta lo spazio e ci riuscirà, a costo di autodistruggersi. Però … una ruota che finisce quasi sempre col farsi strumento nelle mani di quanti, tra i propri simili, lo adoperano per farne ruota del proprio carro di vincitore di turno. E tanta pecoraggine solo perché spesso per ignavia, pigrizia o autolesionismo l’uomo dimentica di adoperare la propria sensibilità, e i propri poteri, come dimostra quando non va a votare per eleggere un pastore che per lo meno gli somigli, fin tanto che è in tempo. Domani potrebbe essere troppo tardi, quando i pastori, stanchi di portare il gregge al salto per la lana destinata al tosatore, imporranno a ogni capo un braccialetto elettronico e lo guideranno stando seduti nelle loro poltrone di satrapi.

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