Questa è l’epoca dei social. Non del sociale. Dei social. Quando non importa nemmeno più quale sia la tua vita, chi sia tu, quanto piuttosto se quella vetrina – che è la bacheca su Facebook – sia attrattiva e comunichi di te abbastanza di ciò che vorresti gli altri sappiano. È parte della socializzazione – processo vitale – ma accade anche che se il tuo nòstos – quale in fondo è ogni forma di comunicazione – attraversa il cyberspazio, si potrebbe incorrere nell’ira di Nettuno. Ma il web è più come il labirinto di Cnosso, e il rischio è di smarrire il filo di Arianna.

La collettività, l’immediatezza, l’attrattiva, il labile confine tra realtà e simulazione, la moltiplicazione di sé, l’amplificazione di un contenuto, caratterizzano anche l’altro fronte, the dark side, di una piattaforma che ha permesso un ampio salto nel progresso. Proliferazione del bene, proliferazione del male, quando chi naviga non ha nemmeno ben chiaro cosa sia un disvalore, quando se non ho iniziato io ho meno colpe, quando non ero il solo, quando non sai nemmeno chi c’è dall’altro lato a interagire con te o a proposito di te, quando non c’è possibilità per nessuno di negoziare un rapporto di dominanza-sottomissione. Correzione: chi agisce sceglie come “gestire” la propria “reputazione” (per qualcuno una spiegazione della devianza – ma da cosa?), chi subisce non sceglie proprio un bel niente. Si ritrova cucita addosso un’identità che non lo/a rispecchia, che crea “vuoti”, che condiziona la sua vita provocando stress emotivo, problemi psicosociali, stati depressivi, spingendo sino al suicidio. Alla vergogna dell’umiliazione accade poi non di rado che si somma una mancanza o carenza di supporto da parte dei punti di riferimento, in altri casi da parte delle istituzioni. È quanto accade a persone come Tiziana Cantone, 31enne napoletana in questi giorni uccisasi per sfuggire alla gogna della rete.

Arrivare a ottenere l’approvazione da parte del Tribunale per il cambio di nome, trasferirsi, licenziarsi dal posto di lavoro, sono tutte ultime spiagge che fanno pensare al mobbing, eppure è implicata una particolare forma di vessazione, giovane nel panorama delle violenze umane, che è il cyberbulling, e in particolare l’exposure (se proprio vogliamo appigliarci alle etichette, mai adeguate e sempre più anglofone): la pubblicizzazione di informazioni private e/o imbarazzanti su un’altra persona. Ma quale spiaggia più ultima del suicidio?

Mai quanto oggi è più fuori luogo e anacronistico entrare nel merito della vita sessuale di qualcun altro, ed è proprio qui che, nonostante le ragioni date alla Cantone dalle istituzioni, spicca la crasi tra riconoscimento di un dolore e sentenze. Oggetto delle vicende giudiziarie erano – sono – i video a sfondo sessuale girati col consenso della ragazza e divulgati online (social network e siti porno) a insaputa di lei. Mi pongo allora domande su quei 3.645 euro a ciascuna delle società a cui è stata chiesta rimozione del materiale (Citynews, YouTube, Yahoo, Google, Appideas) per un totale di 20.000 euro di spese legali a carico della vittima in quanto secondo il Tribunale “consenziente” al video (ripetiamo: ignara della sua divulgazione, ad opera di chi – certamente a partire dal ragazzo – ad oggi non pare abbia pagato alcunché). Certo, ora che non è più una questione solo di privacy, le spese legali a carico delle stesse società non restituiranno a Tiziana la vita.

Ma la questione di privacy resta, e resta irrisolta quanto aperto è il dibattito. È recente infatti la sentenza dell’UE sul diritto all’oblio – ha solo 2 anni e 4 mesi – (art. 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea), e già l’Italia si è guadagnata un posto d’onore nelle statistiche delle richieste di cancellazione: sarebbe il primo Paese a fare domande, con decine di migliaia di richieste, e il primo ad averle respinte, il 69,9%. E ci si chiede: è rispetto della privacy o censura? Certo la risposta non rappresenta chissà quale dilemma morale dinnanzi a storie come quella che ha sconvolto il nostro Paese in questi giorni, certo la Cantone non è un politico ex-indagato né la vita sessuale di una giovane donna del napoletano è questione d’interesse pubblico.

Altro dato è l’avanzata dei social come più frequentato spazio telematico da parte di tutte le fasce anagrafiche, d’importanza tale per questa moderna società “liquida” che Google dichiara di aver effettuato la maggior parte delle cancellazioni daFacebook, Profile Engine, Twitter, YouTube, Badoo. Tralasciamo i particolari casi, tra l’altro d’interesse pubblico, relativi a mafia e frodi fiscali; tralasciamo che Caino, scontata la pena, deve pur camminare per strada senza aver scritto in fronte “ho ucciso Abele”; quale protezione per chi si è fidato della persona sbagliata?

Il diritto all’oblio è il diritto ad essere dimenticati online, grazie alla cancellazione dagli archivi telematici, anche a distanza di anni, di informazioni ritenute dalla persona interessata discriminanti e inficianti. Le leggi in materia, tuttavia, parlano di de-indicizzazione. Vuol dire che se cerco in rete, digitando la voce che m’interessa, quel contenuto di cui è stata richiesta la cancellazione non comparirà tra i risultati di ricerca, pur rimanendo nel server. Ciò che viene “cancellato”, in ultima analisi, sarebbe il tag (per prendere in prestito azzardosamente una terminologia social), il nome di quella persona in riferimento a quel materiale, che non è del tutto irreperibile per chi sa come cercare. Senza contare che, qualora la cancellazione fosse totale, chiunque avrà potuto indisturbatamente prelevare il contenuto prima che essa avvenisse, e altrettanto indisturbatamente potrà “amministrarlo” a proprio piacimento (si pensi a fotografie di donne e bambini soggette a copiaincolla di ambito pornografico, ma, senza andare lontano, a frammenti di video di Tiziana Cantone oggetto di parodie e ironici dibattiti per chi non ha avuto niente di meglio da fare).

Può un tassello, poi, dirci dell’identità di una persona? Può arrivare un comportamento nato dal narcisismo e dalle derive onnipotenti di una persona aver ripercussioni sulla vita di un’altra al punto da farle cambiare nome e da abbandonare il lavoro e la città, additata e derisa, al punto da dover vergognarsi, la madre, di andare in ufficio, al punto da convincere la vittima a togliersi definitivamente di mezzo? Questo fa pensare a tutti quei tantissimi casi di un mobbing al passo coi tempi, che si serve di posta elettronica, telefonate (rigorosamente anonime), siti internet, social network, WhatsApp e simili, per diffamare chi è divenuto “scomodo”, per divulgare materiale privato quando non montature composte ad arte tanto da risultare verosimili. Poi pare che i temi a sfondo sessuale siano i preferiti da parte dei frequentatori della calunnia, gli psicoanalisti inneggerebbero alla proiezione.

Accade anche che, chi non è impegnato a condannare severamente senza nemmeno sapere perché, sia talmente impegnato a spostare l’accento sull’inadeguatezza di un comportamento pregresso, talmente intento a proteggere la rispettabilità e a manifestare la propria distanza personale da esso, da ottundere la gravità di una diffamazione/persecuzione/violenza. C’è anche chi si atteggia a quella particolare categorie di giornalisti-zecche che più sanno per più dire, in un vortice che diviene gabbia.

Qualcosa di simile avviene nei casi di violenza sessuale, specialmente quando diviene ulteriore mortificazione attraverso la divulgazione online, come accade spesso e prendiamo a titolo esemplificativo i recenti fatti di Rimini, quasi ci fossero periodi della storia umana che sembrano maledetti, concentrati di eventi legati come atomi di una stessa molecola.

La 17enne della discoteca non si è uccisa, ha sporto denuncia e a questo punto ci auguriamo tutti che il suo diritto all’oblio venga tutelato sin da subito, che possa attorniarsi di persone diverse e non permettere in nessun modo di non essere padrona di se stessa. Ma ci auguriamo anche che i veri responsabili paghino, “amiche” comprese per cui un discorso a parte andrebbe fatto, ma non qui. Abbiamo il video di una violenza scoppiata in una notte e quelli di un comune momento intimo sfociato in una tragedia, entrambi sotto il peso del furto del libero arbitrio. E questo già basta.

Non ci soffermeremo sulla riflessione circa la direzione causale della moda dei video – se cioè si commette una trasgressione per filmarla e “condividerla” o se si filma quello che si farebbe comunque – vogliamo superare i sì ma di qua e i certo però di là, e ci chiediamo: diritto all’oblio, certo, e ciò a cui la Legge non può appellarsi perché non esiste sempre corrispondenza tra categoria fenomenologica e categoria giuridica? Che almeno non paghi la persona sbagliata.

Giulia Sottile

 

Riferimenti

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_all%27oblio#Il_diritto_all.27oblio_nel_Web

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/tiziana_cantone_video_youtube_zia-1964436.html

http://www.ilpost.it/2016/09/14/tiziana-cantone-morta/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/14/tiziana-cantone-il-caso-sul-web-il-suicidio-e-le-nostre-negligenze/3032639/

Genta M.L., Brighi A., Guarini A. (a cura di), Bullismo elettronico. Fattori di rischio connessi alle nuove tecnologie, Carocci editore, 2009

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