Rumore. Caos. Il rosso del sangue, il nero della terra. Poi il silenzio. Un lungo, devastante silenzio.

Queste sono le miei immagini di una guerra mai vissuta. Tanto è stato scritto, tanti si sono prodigati a tenere in vita le memorie. Letteratura interminabile, tra sincere testimonianze e ipocrite condanne. Sono giovane, forse è proprio questa la mia pecca, il non aver sentito sulle proprie spalle il peso del terrore indicibile, indicibile perché dalla portata inconoscibile. Nessuno avrebbe mai immaginato che si sarebbe mai arrivati a tanto, che l’essere umano si sarebbe potuto a tal punto disumanizzare. Più penso a questo aspetto nell’uomo e più incorro in confusione, destabilizzante, perché molto ci sarebbe da dire sull’appartenenza nostra al mondo animale dal quale però vogliamo sempre, puntualizzando, distanziarci, come per vergogna. Mi chiedo se il senso che noi vogliamo attribuire all’umanità non sia invece più connotato dell’animalità.

Ci limitiamo a leggere la storia dei vincitori dalle pagine di libri che riportano verità parziali, aride, prive del reale significato che per la civiltà mondiale ha avuto la seconda guerra mondiale. L’odio. L’odio è quanto ha permeato ogni animo, anche degli ignari, di coloro che non sapevano neppure a cosa stavano andando incontro, con un fucile in spalla, consapevoli solo di servire il proprio paese in onore di … quale causa? Chi, tra coloro che commettevano le più spregevoli efferatezze, sapeva davvero? Molti. Molti altri meno. Non sia ciò funzionale a giustificazione, perché è misera quella schiavitù appioppata per condanna dell’ignoranza. È la sua peggior forma. Non c’è peggior maledizione. È quella maledizione che è la coazione a ripetere del genere umano che non solo non impara dalle lezioni della propria storia, ma persino la dimentica, la rimuove. Chi l’ha vissuta in prima persona la rimuove perché dolorosa (in molti sopravvissuti, dopo la guerra chiamati a testimoniare ai molti processi che hanno seguito il presunto riequilibrarsi del mondo, hanno preferito il suicidio piuttosto che il ricordo, recante con sé il rischio di rivivere la devastazione dell’animo che si sfila, si strappa, si dilania – ancora). Chi, invece, non l’ha vissuta la rimuove perché in fondo si sa che cose del genere non accadranno mai più, come se ognuno di noi non avesse una piccola briciola di responsabilità personale, come se non esistesse il libero arbitrio o il presunto tale fosse funzionale solo al soddisfacimento dei bisogni più immediati e circoscrivibili all’interno di uno stretto orizzonte di periferia. Eppure, se conoscessimo, noi giovani – e anche i meno giovani – la Storia dell’Umanità, sapremmo che non si sa proprio nulla! Le efferatezze continuano persino oggi, coperte da un coperchio termoisolante che però sottopone a pressione crescente il contento della sua pentola. Dovremo aspettare il giorno in cui tale pressione diverrà così insopportabile per quel ridicolo coperchio da farlo esplodere? Aspetteremo davvero il giorno in cui da quella pentola scaturirà … cosa? Non sappiamo cosa domani perché non ricordiamo cosa ieri. Non è una balla per motivare a studiare quella che raccontano i docenti, più o meno consapevolmente, dicendo che chi conosce il passato può comprendere il presente e prevedere il futuro. Non si tratterebbe di chiaroveggenza ma di saggezza mista a sapienza, nelle loro accezioni più intime forse difficilmente afferrabili.

Noi abbiamo letto libri, visto film, ascoltato canzoni, assistito ai racconti dei nonni, lì dove presenti, ma tendiamo per il quieto vivere a relegare tutto in un mondo a sé stante, come lontanissimo, come in un’opera di fantapolitica di stampo orwelliano, ma stiamo attenti: i meccanismi che permeano il sistema odierno non sono poi tanto diversi. Certamente lo sono nella forma – culto della personalità a parte, che resta ed è spiattellato tutti i giorni sugli schermi delle TV – ma non lo sono nella sostanza. E questo potrà risultare inquietante, terrificante, da urlo di Munch, se non fosse per un piccolo particolare, che è poi lo strumento della salvezza: la memoria.

“La memoria è la porta del futuro” scriveva Michele Perriera, giusto per rimanere all’interno dei confini regionali dell’uomo che qui nello specifico vogliamo ricordare, che apparteneva però al versante opposto della Sicilia, quello orientale. Gerardo Sangiorgio. È oggi intitolata a suo nome la biblioteca comunale di Biancavilla, paese etneo presso il quale risiedeva e presso il quale ha continuato instancabilmente ad operare fino alla fine dei suoi giorni. Ma basta davvero un gesto del genere per far sì che lo si ricordi? Quanti nomi sconosciuti portano le vie della nostra città, Catania, nomi di fantasmi anonimi, anonimi per chi alla memoria non ha voluto, saputo o potuto accedere! Potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza, da cui proseguire, con fiducia e coraggio, con perseveranza, ad impostare la propria vita non sul sereno oblio ma sul forse a volte rischioso sapere, che rende liberi (non il lavoro, ilsapere). Scrittore e poeta, era giovanissimo quando la guerra lo strappò agli studi, fu poi strappato ancora il 9 settembre 1943, allora militare a Parma, quando fu istituita la Repubblica Sociale Italiana, o Repubblica di Salò, e lui, come altri, si rifiutò di prestare giuramento. Il destino che attendeva la gente come lui, a quel punto, era uno: lager.

Per rispetto di quello stesso principio rivendicato sopra, quello della memoria, ruberò ancora spazio riempiendolo di parole, per reiterare quanto qualcuno saprà già, quanto potrà sfuggire ad altri: la Repubblica Sociale Italiana era di fatto, in breve, uno stato fantoccio, istituito quando le truppe degli Alleati erano ormai alle porte mentre dal lato opposto dello stivale l’alone nazifascista si espandeva sempre più assoggettando popoli o stregati dal grande sogno tedesco o troppo terrorizzati da esso per potervisi opporre. Una buona parte della nostra nazione fu tra costoro, un’altra buona parte non lo fu affatto (e molti sono oggi gli eroi che occupano un posto d’onore nei memoriali). Benito Mussolini era a capo della RSI ma di fatto il potere era in mano a Berlino, finché progressivamente, dalla Campania settentrionale, l’alone non è andato sempre più restringendosi rostralmente con l’avanzata angloamericana. Trovo buffo adesso che io abbia utilizzato un termine medico per indicare la direzione del dietrofront ma dopotutto non credo sia un errore, se si pensa a quanto l’odio insito in quegli “ideali” fosse una malattia dell’anima. Nell’aprile del ’45 la RSI chiuse i battenti e Gerardo Sangiorgio e le altre centinaia di migliaia di prigionieri dei campi di sterminio – sebbene allo sterminio i militari non fossero destinati – furono liberati e poterono tornare alla vita, senza pretesa di ritorno alle origini perché nulla poteva più tornare come prima.

Niente poteva tornare come prima ma c’erano uomini come Sangiorgio che non smisero mai di testimoniare il bene che nell’uomo poteva esserci, straordinariamente. Straordinariamente il bene e straordinariamente la capacità di chi subiva di trovarne negli altri, persino in chi si trovava sul versante degli aguzzini. Qui si va al di là della forza e del coraggio, al di là dell’integrità, per giungere sino al primo sentimento che l’uomo rischia di dimenticare quando la sofferenza è troppa: l’amore per la vita.

Che si sappia che ci furono uomini come Gerardo Sangiorgio, e che furono tanti! Che si sappia sempre e si ricordi!

Bartolomeo Di Monaco, riflettendo sul nostro eroe corregionale, scrive “Non ci saranno più forni crematori soltanto quando tutti sapremo riconoscere l’odore nauseante della carne che vi bruciava”. Per riconoscere l’odore della carne non bisogna necessariamente averla mangiata, ma conosciuta sì, che la si conosca. Che si sappia sempre e mai si dimentichi, mai si sottovaluti, perché tutt’oggi l’uomo sta dando prova che, sì, è ancora capace di atrocità al pari di quelle commesse con quella che passò alla storia come Shoa, ma quante Shoa ci sono state e ci sono ancora che non prendono nomi ebraici per circoscrivere il fenomeno che rappresentano? Ed è inutile che a questo punto ci appelliamo alle differenze etniche e religiose per mettere barriere tra noi e l’altro, per assicurare a noi stessi che noi non faremmo mai cose simili. Serve solo a dormire sonni tranquilli, non a contrastare il dilagare dell’autodistruzione. L’uomo è uno, le differenze geografiche non ci dividono in specie diverse.

Non conoscevo Gerardo Sangiorgio, l’ho scoperto, e sono grata a questa scoperta, perché mi ha ricordato una volta ancora che l’uomo può trovare in sé un serbatoio illimitato di forza e di coraggio, di grandezza, di amore. Tutto questo non per se stesso, autisticamente ed egoisticamente auto-orientato, bensì per gli altri, per chi ha bisogno di quella stessa forza che lui dona, devotamente, fonte di energia inesauribile. Quest’uomo era siciliano. Vorrei allora rendergli omaggio e far concludere a lui questa mia breve, forse reiterante e ormai fuori moda riflessione, con una poesia, sua, che diede il titolo all’opera pubblicata postuma: Quando l’algente verno.

Quando l’algente verno
i fiori guasterà del tuo giardino,
ora tanto soavi
aliterò, frugando, sul più bello:
gli rifarò la vita
per offrirlo in dono;
quando nel buio chiuderai gli occhi
per non veder nessuno,
io apparir ti voglio
e nuovo giorno immetterò nella tua stanza tetra.
Se guarderai gli astri,
e il pianto tremula e fioca ti farà la luce,
io coglierò una stella,
e col suo tepore tergendoli
abbaglierò i tuoi begli occhi.
Se gli affetti d’un’ora
nel tempo stemperati andran dissolti,
e pallida memoria si faranno,
vivo pulsante cuore
io voglio, solo io, restar per te.
Nel gelo dell’autunno
appiccherò il fuoco al ceppo,
e farò avvampare il tuo camino
ai piedi tuoi:
sangue nuovo sentirai fluire
come dell’ardente fanciulla,
amore tutta e solo,
di questo tuo fior degli anni verdi.

 

Giulia Sottile

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