Nell’intento di addentrarmi nella trattazione della nuova silloge di Eulalia Cannizzaro Guccione, “Oltre la curva del tempo” (ed. Prova d’Autore), prendo spunto dalle parole della stessa poetessa: «Ogni esistenza è una sfera sonora/ che pulsa nell’armonia dell’universo». E certo le strade per vibrare nell’universo sono tante, tra queste la poesia, con la tensione che reca, che emerge dai ritmi, dalla musicalità. Ed è qua che volevo arrivare. Aggirandosi tra faccende di suoni e ritmi, nella Guccione non troviamo solo ribellione alle convenzioni linguistiche, come d’altronde ci si aspetta da un poeta, ma anche la capacità di accostarsi a un’estetica di tutt’altro genere, quella musicale. Basterebbe leggere il componimento Il castello della memoria, che non ricrea solo silvestri e arcane suggestioni, ma canta. «M’inerpico per sentieri d’erica/ verso un pianoro/ fissi gli occhi alla cima dell’erta/ ai merli vaghi d’un castello ambrato» e così via.

S’impone un ritmo, di una canzone e del linguaggio in sé, figlio del respiro, nipote di un’istanza che qualcuno chiama anima, qualcun altro inconscio, sfocia come un fiume nella personalità e lambisce olistiche unità psicofisiche. Rappresenta la nostra firma, ogniqualvolta ci relazioniamo col mondo. Chi scrive, e il poeta particolarmente, lo sa bene. È il rapporto col proprio tempo, che corre parallelo a quello oggettivo del meridiano di Greenwich senza mai toccarlo. Quel che è certo è che corre. Nella poesia di “Oltre la curva del tempo” – senza contare tutte le volte che il significante “tempo” appare tra le righe, la più frequente parola – tutto è in moto. In uno dei più bei componimenti della silloge, Pause azzurre, «Il tempo non indugia/ sui viali del presente». Ogni cosa, infatti, è collocata lungo un tragitto; la si incontra percorrendolo ma essa stessa lo percorre, sebbene a velocità diverse. Certo emerge anche il contrasto, quasi aeriforme e aleatorio come il tempo stesso, con la stasi dell’immagine del «soggolo bianco/ in cui le suore serravano gli anni», anni come tigri in gabbia difficili da trattenere, la cui natura è quella di correre e divorare sotto il cielo. Persino la morte non è interruzione: se la vita è un filo, la morte è la cruna di un ago (ago dopo ago, per insinuare un po’ pericolosamente rimandi al titolo di un testo – anche opinabile – su faccende di vita dopo la morte). E questo filo si va svolgendo all’infinito (altro ricorrente significante). Così la parola stasi non potrebbe essere più lontana dalla poesia e dal sentire della Cannizzaro Guccione. Il tempo ha ali robuste, scrive, ma l’immagine più bella è quella che suggerisce anche quell’aleatorietà di cui sopra, che diviene levità alla calviniana maniera. Infatti «Corrono le nuvole sugli specchi» e la casa bianca è abitata dal vento, oltre che bagnata dalla luna, mentre il sole si serve di lame d’oro. Questo apre un altro grande capitolo di “Oltre la curva del tempo”, che è la Natura viva. Segnalo il componimento intitolato Segno di terra (forse per involontarie identificazioni), che racchiude tutti gli elementi in azione, come l’acqua che scorre formando vene. «Mi bagno di cielo/ mi cingo di vento», tutto si muove, forse anche trasportando cariche antropomorfizzanti. «E come cavo di un tronco/ mi lascio percorrere/ dal respiro del cosmo». La vita è ovunque. Più avanti (in Ibla luminosa) leggiamo «lampi d’azzurro/ lanciano sentieri tra le nuvole», e più in là «deflagra il plenilunio» e «Pennellate d’azzurro/ slembano il mio cielo». In Tramonto sullo Stretto, la sera «precipita», «Serpenti di luce/ disegnano la costa/ masfumano nel mistero/ i confini tra terra e cielo». Più in là nella silloge, il colle brucia, abbarbicato sul tramonto; l’aria illividisce, meteore aspre graffiano il cielo; il mare assedial’orlo della rocca, e poi una scena che apre la carrellata di immagini suggestive: i gabbiani che nascono dalla spuma (come Venere) o che strapiombano sugli scogli (qui operando il processo inverso, assimilando il mondo animale a quello minerale), «quando la rocca oscura/ spezza onde di luna» (e qui si immagina la superficie dell’acqua illuminata dalla luna e lievemente scossa dalla corrente, interrotta da uno scoglio: giro infinito di parole per parafrasare un concetto asciutto, e molto più efficacie, quale quello usato dalla Guccione). Ma dicevamo delle immagini suggestive: i pensieri che ritornano come uno stormo di uccelli che s’aduna nella sera; le luci dorate che rubano alle ombre volumetrie difformi; i cieli di marmo; le nubi che veleggiano nel cielo come fossero barche a vela sul mare; e poi «Il sole sciabola oro/ dai vetri istoriati./ La luce spezzata/ s’infrange sui marmi dell’altare». La luce è come fosse il vetro stesso, e non ciò che lo attraversa, e il suo spezzarsi è conseguenzialità alla sciabolata del sole (oro), e il vetro va giù in mille pezzi sotto forma di luce sulla superficie riflettente del marmo. Candore e levità, dopo questo viaggio figurale nella galleria della silloge, vengono meglio afferrati, legittimati anche dal background geografico che ospita una ricchezza di pietra bianca, a differenza della cupa lavica etnea. Tra le immagini riecheggiano infatti suggestioni natali, di Ragusa con il suo barocco regale e i suoi materiali di costruzione.

Dunque tempo come moto. Ma troviamo anche un’altra faccia del tempo, nel nuovo libro della poetessa. Non è il tempo nel suo divenire, ma quello degli anni accumulati, che si sommano sempre più, con sguardo retrospettivo cucito alla percezione delle attuali facoltà mentali. È il tempo che impone compostezze, tanto che il sorriso trema «sulle labbra cucite», è come un «vento estremo» che abbatte il gelso bianco (e non sorprende che la poetessa si identifichi proprio con un albero) – gli anni stessi più avanti appaiono un groviglio come quello di un albero nodoso – ma a tratti è anche un vento che si fa lieve, come una corrente marina (e qui l’identificazione è con la barca). Solo si chiede che non passi troppo rapidamente, come è solito fare ed Eulalia ha come la sensazione di avere avuto tanto in poco tempo, e chiede diluizioni. Tutto ciò nella consapevolezza dell’irremovibilità di quanto si è già compiuto, deisegni lasciati dal tempo, ma sono «graffiti/ sulla pietra della vita»: in ultima analisi, opera d’arte.

Quindi sì che è presente una nota di malinconia, ma per quello stesso principio che Jung chiamava coniunctio oppositorum, e troviamo le coppie memoria-dimenticanza, evanescenza-lucidità, opacità-trasparenza, rimpianti-propositi, pesantezza-levità, verso una sintesi, senza ombra di ingabbianti nostalgie autoreferenziali perché invece ricorre spesso l’atteggiamento di chi ha lo sguardo fisso dinnanzi a sé, osserva le cicliche trasformazioni (come quelle delle stagioni e dei colori). Ricorre spesso anche l’acqua, che ci fa pensare al fiume eracliteo che ben si combina con le tensioni di questa silloge. Acqua come corrente e come idratazione, nutriente, ma anche come nascondiglio di tesori e come specchio. Così il tempo non deteriora ma porta alla luce e alla vita, crea e scopre. E Eulalia Cannizzaro Guccione è un pescatore. In Gracile vive una speranza è chiaro. Lei getta la lenza nel lago delle memorie (altro significante tra i più diffusi insieme a “tempo” e “speranza”). L’acqua assorbe i segreti degli anni che passano e li custodisce, ma può affiorare ogni tanto un coccio – scrive – fonte di speranza, «e morderò sentieri d’aquila». In altro componimento «anche i cuori stanchi inventano capriole (…) si dispensano briciole di sogni». C’è quindi la creazione, che è anche la creazione di un’idea, di un pensiero, che solleva dalle pesantezze, quanto più urge in questi «tempi incerti». Questa capacità permane anche al pensiero della morte, «l’ora di confine», quando «l’uomo è il perno di due dimensioni/ come il sole che declina/ per dipingere albe nuove/ lungo linee d’orizzonte senza fine». Questi versi, tratti dalla poesia All’ombra del barocco, sono efficaci nell’esprimere quella veduta che già Mario Grasso in prefazione ha accostato a tesi einsteiniane e quantistiche, le stesse nascoste tra i Penati «vivi tra i vivi» ed espresse ancor più efficacemente dalla poesia che dà il titolo all’intera silloge. Qui la mente è «incompiuta» (si sostiene infatti, a partire dagli studi di William James fino allo stesso Einstein, che il cervello umano utilizzi abitualmente solo il 10% del proprio potenziale, sebbene le mappature e altri studi compiuti nel tempo dalle neuroscienze non ne abbiano ancora dimostrato la fondatezza scientifica). Ma la mente è incompiuta. Non comprende quanto va oltre la soglia delle sue possibilità, come i misteri della vita, concepita come un cerchio, e «sulla terra viviamo solo una curva del tempo./ L’anima si accende/ al soffio della vita che le dà forma (…) Oltre la curva del tempo/ l’anima, nuda e priva d’orme,/ insegue albe diverse/ lungo percorsi ignoti./ Nel mistero dell’altrove/ ogni esistenza è una sfera sonora/ che pulsa nell’armonia dell’universo».

È quanto attiene alla sfera subliminale destinata per lo più a restare tale, salvo emergere attraverso l’arte, poesia compresa. È quanto Eulalia Cannizzaro Guccione, con disinvoltura e più o meno consapevole esattezza, colloca oltre la curva del tempo e quella delle stelle o della luna, tra le pieghe oscure della terra, tra le pieghe della vita e della montagna, tra le anse del tempo, tra lembi d’amore, sulla soglia del cielo e nell’ansito della terra. È lì che il poeta trova la chiave di accesso a un mondo insaturabile e inesprimibile. Sempre in prefazione leggiamo al bella definizione data alla poesia: “diagramma dell’anima”. Come il ritmo di un testo è elettrocardiogramma. Questo detto per sfatare lo stereotipo del poeta stralunato, iperuranico e schizofrenico, contribuendo a rendere la poesia agli occhi del senso comune come quanto di più dissociato dalla realtà, autoreferenziale e da scartare, «una voce nel vento/ tarpata dall’indifferenza». Ma il poeta continua a scrivere, non solo per esorcizzare, ma per far brillare una piccola luce che si destina a resistere, a dispetto degli snobismi e del tempo. E il poeta scava nella realtà puntando la torcia su anfratti (o ansiti, per dirlo con l’Autrice) che tutti gli altri non riescono a vedere. È astratto dalla realtà o è inconsapevole Cassandra?

Noi ci arroghiamo solo il diritto di rivolgere un invito, rubando le parola alla Cannizzaro Guccione, a sostare «tra le rive degli ‘anta» e concedersi «pause azzurre», magari leggendo una poesia.

Giulia Sottile

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