(Relazione esposta nell’Auditorium Pietro Floridia di Modica, il 10 aprile per la presentazione del nuovo libro di Mario Grasso)

 

 

Note su Occasioni

 

Come inoltrarsi nell’impresa di discutere su un’opera poliedrica come Occasioni di Mario Grasso rivolgendosi a terzi che presumibilmente vi si accostino per la prima volta? Potrei cominciare proprio dalla fonte di tale difficoltà, che è tuttavia uno dei pilastri che reggono la nota critica in quarta di copertina: “la avvolgente varietà di questa nuova opera del più celato e imprevedibile scrittore siciliano potrebbe essere la messa in pagina di quella idea di complessità prefigurata da Calvino nelle Lezioni americane a proposito della narrativa del futuro”. Complessità che, dalla struttura e dal pretesto non distanti dal pregresso Danza delle gru, acquista veste nuova, rendendosi una sorta di testamento spirituale di Mario Grasso. Un mariograsso in pillole, a volte amare, a volte goliardiche. Di certo la chiave dell’ironia ricorre spesso e a volte diviene salvifica di ciò che diversamente susciterebbe angoscia o condannerebbe severamente. Non poteva di certo mancare il suo usuale e ormai divenuto proverbiale buona pasqua (che fa la sua comparsa in Prova d’Orchestra e che basterebbe da solo a svelare l’autore del brano), e non ci dilungheremo nello sciorinare la simbologia della pasqua e il senso profondo dell’augurio che il nostro Maestro suole fare a ognuno, senza discriminazioni, seriamente o per gioco. Non potevano mancare nemmeno i giochi che, da filologo quale è, fa con la lingua, scavando nelle etimologie per giungere al cuore di un significato, o per risalire alle origini di nomi propri di persona e cognomi (come accade per Consolo e Consoli), divertendosi e divertendo, facendo leva su consonanze fonetiche accostando significanti ad insinuare accostamenti di ben altro genere. Comprenderà cosa s’intende dire chi ha già letto altri Suoi scritti e che dunque, soprattutto attraverso i ricorrenti interventi su Ebdomadario e Lunarionuovo, ha nuotato tra espedienti stilistici che potrebbero essere scambiati per prosa d’arte. Ma lo stile che spesso ricorre in Mario Grasso, specialmente lì dove la necessità di dire parte e si fa beffa delle convenzioni formali ortografiche sintattiche lessicali, è sperimentale. Segnalo la musicalità del ritornello di Canzone senza voce per Sanremo o quella del reiterante, anch’esso a mo’ di ritornello, «stretto è il tempo di questo valzer lento», in Ricordo di Luciano Erba.

Tra un capitolo e l’altro, tra corrispondenze vere e fittizie, tra excursus autobiografici e non, questi “spasseggi tra flussi d’incoscienza e momenti civili, politici, religiosi d’inizio Terzo millennio” ci permettono di rimbalzare tra storie di letteratura (alta e sottoboschiva) e quattro delicate tematiche della storia di sempre: la religione, la politica, la mafia, e infine una quarta fetta di fenomeni in cui i tre temi precedenti non sono facilmente distinguibili.

In Occasioni è tutto occasione, tanto che ogni capitolo è una matrioska, basterebbe prenderne uno e trovarvi dentro tutto (come nella lettera a don Bellei in occasione del funerale di Pavarotti – in Santo Spirito e Spirito Santo), dove un personaggio diviene occasione per parlare d’un tema a sua volta occasione rimandante a tema affine – stando al filo rosso talvolta invisibile (si dirà coperto dalle «coscesposte» della vicina di posto sull’aereo).

A proposito di politica, la meno e la più recente, forte è la metafora del trasformismo ormai normale nel senso originario di norma, che vede, dati diversi carri, il verde, il rosso e il nero, saltare da un carro all’altro all’occorrenza chi darà comunque l’impressione di essere sempre stato lì dov’è. Forse il filo rosso che lega le varie occasioni nelle matrioske non è il solo difficile da cogliere. Ma la Storia è fatta dalla cronaca, ci dice Mario Grasso, al di là di ciò che è risaputo a livello popolare, demonico, e la cronaca è ciò che resta e che tra centinaia di anni si troveranno tra le mani storici più o meno in buona fede. Cosa dedurranno? Qualche crisi d’identità qua e là e un unico grande presepe per dire mangiatoia?

Ma oltre a «mani pulite» (Stato e politica), c’è «mani giunte» (Chiesa e religione), che si guadagna la propria parte di gaglioffi (significante ispezionato etimologicamente e culturalmente mostrando una gamma vasta di personaggi, dagli ingenuotti ai truffaldini), dai preti pedofili al fermati sole di Giosuè, dall’attuale papa al Benedetto XVI delle scarpe costose e dell’abolizione del Limbo. Anche di questo si parla in Occasioni.

E poi c’è la mafia di sortite come quella di Liotria o del referendum sul ponte sullo stretto di Messina – che finirebbe per essere un referendum sulla mafia, come in ogni democrazia che si rispetti – e c’è quella confusionaria quarta categoria fatta di commistioni e misteriosi connubi, come quello tra mafia, tonache e «linea nero elettrica di Salò” alle falde dell’Etna, con riferimento al poligono dei Cani di Dio (alias trasposto in italiano in coerenza con la bastevole necessità di farsi capire da chi ha da capire). Poligono in cui erano reclutate personalità come Barbaluì, addetto alle altolocate relazioni, e Malpasso, responsabile della manovalanza, il braccio, armato, che la cronaca ci disse essere finito in carcere, al contrario di Barbaluì, giunto alla politica locale. I due popolano un bazar di pupi manovrati da un misterioso Pancarré, tutti «regnicoli del posto fisso». Il poligono dei Cani di Dio (altrimenti detto Undicesima Massi), provvedeva alla «assunzione in cielo di eventuali soggetti regnicoli pericolosamente infedeli» coprendo le sparizioni con la storia dei rapimenti da parte degli extraterrestri alle falde dell’Etna. Salvo scoprire, a distanza di tempo, depositi di armi e munizioni nelle grotte. Tutto facente capo a camaleontiche casacche, del genere dei carri colorati suddetti. Ennesimo connubio. (Segnalo Consolo non è Consoli).

Sono questi spunti di riflessione sulle infinite contraddizioni della nostra nazione ma in primis della nostra isola, che ha dato i natali a personalità che apportano onore e valore alla nostra cultura, accanto ad altre, che arrecano vergogna. Ed è forse questo da rintracciare, data la tendenza di Mario Grasso ad andare in profondità, in altro tema ricorrente per chi lo conosce, oltre al buonapasqua, quello dell’abbraccio asfittico. In Baci&segni della madre, la Sicilia è come una madre che a forza di coccolare con i pizzicotti sulla guancia lascia una piaga sulla pelle. È, questa, metafora fortissima, insieme a quella del bacio, che tra l’altro rimanda subito al tradizionale triplo bacio di fraterna usanza mafiosa. Il bacio come l’abbraccio, il bacio di Giuda. È un tentativo, con quel familiare ricorso alla madre, di rintracciare una chiave psicodinamica che spieghi il fenomeno mafia? Non ci azzardiamo anche noi. Certo è che è curioso, e ce lo fa notare Mario Grasso, come la libertà venga raffigurata sempre al femminile, come nella più (relativamente) recente Statua della Libertà al porto di Manhattan, a voler dire che, come la donna, anche la libertà risente di ciclici fastidi.

Per chi volesse conoscere davvero la personalità di Mario Grasso, questo è di certo il libro che ne mette a nudo una buona parte, anche se non si può di certo dire lui abbia mai fatto nulla per coprirla, tanto che – e ne scrive – ha ormai la nomina del caratteraccio. Ma in Occasioniemerge la sua grandezza a fronte della sua umiltà, come quella che lo porta a dichiararsi al cospetto di «nomi come piramidi», di coloro che furono per lui Maestri e amicali affetti, da Luciano Erba a Maria Corti, da Vanni Scheiwiller a Umberto Eco, da Cattafi a Sanesi, a cui rende omaggio tra uno spasseggio e l’altro. Quella stessa umiltà che lo porta a definire Pietro Barcellona «fratello maggiore», mettendosi di lato davanti a un’intelligenza che avrebbe speso stesse parole definitorie per lui. Così siamo passati ad altro nucleo tematico di questoOccasioni. Il backstage della letteratura – e forse non a caso mi viene in mente proprio questa terminologia che si adatta a cinema e a teatro, perché col teatro c’entra il mondo che magicamente prende vita tra le pagine. È sempre la chiave dell’ironia che esorcizza il male, che prova e riesce a smontarlo, a smascherarlo in tutto il ridicolo e grottesco. Si parla di solidaristici consigli di dubbia fede come quelli della lettera di un siciliano milanesizzato che invoca a un cinismo che, sappiamo, è lontano dalla natura di Mario, si parla di pubbliche calunnie al fine di punire coerenza e onestà, di più o meno velate minacce, di storielle reali ad arte trasfigurate in surreale e tragicomico (il tragicomico è una nota propria di MG sin da Il gufo reale, I sette arcieri di Bajamazol e altri), come in Cirausaniura&C., in cui troviamo seduti a una tavolata un «concistorio d’alto collettame», altrimenti detto «cumacca dei poetastri», cui discussioni e vicende ruotano attorno proprio a quel backstage suddetto, ogni tanto un premio letterario o un tentativo di persuasione occulta contro “Chiddu”, dove chiddu è ovviamente Mario Grasso. I commensali che entrano in scena in Cirausaniura&C. e i dialoghi a cui danno vita, in un goliardico dialetto – sulla cui impronta poi ricorrono stesse atmosfere in altri capitoli – ci fanno pensare subito al sicilianissimo teatro dei pupi. Ieri Orlando e Rinaldo tenevano viva la lingua, oltre che l’immaginario popolare, oggi Cirausaniura, che è alias di una persona reale in cui tra gli altri il Nostro si è imbattuto, è un personaggio davvero degno del teatro dei pupi, insieme ai compari (anch’essi pseudonimi) Pietrino Spaccapirita, Jano l’Altissimo d’Avol, Viteddu, Carcatù, Bangascé. Combriccola alleggeritaci proprio al fine di neutralizzare, come già detto, tutta la mediocrità di cui è portatrice. Ma si fa prototipo senza tempo di tante altre mediocrità, disseminate, in cui noi stessi ci siamo imbattuti e ci imbatteremo. Esempio ne sono anche i retroscena dei concorsi letterari, persino di quelli inappellabili e insindacabili come un Nobel. Più d’una volta, così, fa riferimento al lombardo e giullaresco Dario Fo, il quale, nulla togliendo agli autentici e originali meriti, ottenne il Nobel per la Letteratura nello stesso modo con cui tutt’oggi alcuni docenti universitari ottengono la cattedra. Col plagio. Quella volta oggetto di così tanta ammirazione (e vittima) fu il chiaramontano Serafino Amabile Guastella. E a tal proposito il Nostro cita un breve quanto incisivo suggerimento di Laura Rizzo, che teneva su Sicilia Illustrata – nell’arte e nella letteratura una rubrica, Ecotopo. Scriveva allora la Rizzo: “Il villano ibleo di Guastella era piaciuto quella volta al lombardo d’avanguardia in trasferta. Che ne trasse ispirazioni del tipo “Antivangelo” per rivendicazioni di classe. E le villanate divennero giullarate. Ma non erano che i prodromi. Riverberi di un illuminato impegno in ascesa e fino a Stoccolma. È proprio un mistero buffo” (Anno VIII, N. 26, Febbr. 1998). Io però farei rimbalzare al Maestro ciò che lui stesso scrive a proposito di Laura Rizzo: «La spudoratezza della prudenza nei veri letterati quando, all’occasione giusta, riescono a dire tutto per pochi e nulla per molti». È ciò che caratterizza l’operato e l’operatività di Mario Grasso e questo stesso libro.

Ma sorvoliamo come farebbe un gufo o una gru sulla collezione di nidi di Bonaviri, per giungere ai luoghi del genio, dall’omonimo capitolo. Così pare ci sia qualcosa nella geografia che conserva segreti anche in merito ai talenti. Non ci addentriamo nei meandri della tesi secondo cui la letteratura italiana del ‘900 non esisterebbe senza gli autori siciliani – la cui trattazione è stata destinata ad altri scritti e altre occasioni – ma annoveriamo proprio le località che avrebbero dato i natali a un consistente manipolo di personalità d’alto spessore artistico-letterario, come Mineo, Comiso, Palazzolo Acreide, Lentini, Carlentini, Chiaramonte Gulfi e, come dimenticarla, proprio Modica.

Di Modica erano Vitaliano Brancati e Salvatore Quasimodo, la cui memoria è oggi rinnovata da un altro modicano che è l’anima del Caffè Quasimodo, Domenico Pisana, ma a Modica abbiamo oggi anche Antonio Scivoletto, anima del famoso museo del cioccolato insieme alla poetessa e operatrice culturale Grazia Dormiente, e Giancarlo Poidomani. E a proposito di Modica, tra le pagine di Occasioni, compare la prima traccia scritta, come a verbalizzare amicizie e promettenti collaborazioni, della fondazione del Centro studi e ricerche scientificheintestato alla memoria di Amabile Guastella e presidiato dalla dott.ssa Ivana Castello. Iniziativa, questa, insieme alla circostanza che ci trova qui adesso riuniti, efficacemente connotata da un’immagine che prendiamo in prestito dal nuovo libro del prof. Grasso, che ci fa dire che stiamo costruendo aquiloni. Aspettiamo il vento.

Giulia Sottile

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