Le “Prove d’impaginazione” di Angelo Maugeri

Poesie nel cassetto

 

 

È ripescare in se stesso, la nuova silloge di poesie di Angelo Maugeri, “Prove d’impaginazione” (Nuova Editrice Magenta), con la riproposizioni di composizioni già ospitate su riviste e quotidiani a cui si aggiungono inediti (per la maggior parte) rimasti in paziente attesa sin dal 1975. Troviamo anche poesie partecipanti ad antologie polifoniche come, la più recente, “Il disegno del mattino colora la fuga”, pubblicata in “PanePoesia” a cura di Vincenzo Guarracino (New Press Edizioni).

Ai nitidi colori mediterranei, propri dell’immaginario di un siciliano quale è Maugeri, si inseriscono, quasi a far da interferenza, opacità e nebbia proprie del paesaggio nordico che lo ha ospitato per anni nella sua attività professionale. La malinconia di chi lascia la propria terra assolata emerge nella nostalgia della propria isola, «un rimorso/ o un ricordo», «paese natale paese della mia/ lingua perduta o soltanto/ dimenticata perché dismessa», con i sui «paesi antichi in cima appollaiati». «Il seme del freddo impianta le radici/ della melancolia». Tutti gli espatriati/esiliati sono posti su una livella da questo sentire comune, come greci e turchi i cui paesi sono in guerra per la crisi di Cipro, eppure dimenticano di parlare «la comune lingua di Faust», lasciandosi travolgere dalle contingenti beghe politiche.

Maugeri sembra l’occhio esterno alla propria stessa condizione, concedendosi talvolta a introspezioni ad affondare nel profondo del vagare e dello stare, nella «corsa delle domande non fatte/ nella corsia solitaria delle risposte». In questo entrare in-uscire da sé è sorvegliato dalla ragione, a modulare le pause, «accovacciata/al margine dei crolli», attenta però a non mortificare le passioni. Il segreto per non perdervisi dentro è lo stesso caro ad Arianna nel labirinto del Minotauro, un filo da srotolare e arrotolare per tracciare il percorso, il «filo del discorso». Così abbiamo i bachi filatori e la via della seta, fino al filare per ricucire uno strappo, per «correggere gli sbagli» e restituire continuità, per «ritrovarsi» e riprendere il discorso, riconoscere/scoprire pian piano l’ordito, far chiarezza dentro e fuori.

Tutto questo autorizza didascalismi volti a storicizzazioni, come lo stesso atto di fare una prova di impaginazione con gli scritti a sé cari, come gli stralci di corrispondenze in versi e dediche per rinnovare la memoria di personalità nel mondo della cultura che gli furono vicine. Così troviamo nella sezione “Atelier” poesie per Pasolini, Sereni, Cattafi, Codiroli, Maconi, Zanzotto, Raboni, Giudici. «E perché a me/ questa morte/ proprio a me doveva/ capitare?» si chiede quest’ultimo quando morì Elsa Morante.

Sono «frantumi di storie», le poesie raccolte da Maugeri, eppure la reticenza della poesia riesce a prendersi la sua parte entrando dalla finestra, nell’originale funzione della punteggiatura qui rivoluzionata, a seguire criteri del tutto arbitrari, forse comuni al nuovo linguaggio degli sms, quando un punto tra due parentesi tonde vuole prepotentemente sostituirsi a una lettera per insinuare dubbi circa l’interpretazione del vocabolo, circa il vocabolo stesso. È stravolgimento ortografico. «L’(.)rrore» è errore o orrore? «Muo(.)e» è muore o muove? «Corr(.)zione», «f(.)nzione», «so(.)no», «mi(a)mi[mi(a)mi)]ca». I “Minimi variabili” si rendono in realtà molto adatti per rientrare nel “paragrafo degli omissis”, dove tutto è sospeso, è «no comment (…) boh», ci si affeziona al momento in cui ogni cosa è da definirsi, da completarsi, come il «momento che accordano» gli strumenti prima di un concerto, nell’incertezza destabilizzante della consapevolezza di essere guardati nel sonno da «bambini non ancora nati». Eppure Maugeri sembra dirci che nella tolleranza dell’incertezza sia possibile trovare l’eccitazione della libertà, come nelle immagini in sospensione dei ragazzi che si tuffano da una scogliera, il giovane che fa acrobazie sui pattini o il pilota aereo che non teme la pioggia che sta per arrivare. Smette così di essere minaccioso l’implicito, l’indicibile «dal fondo dell’estate/ irrespirabile», i «sottintesi della pelle», anche quando «la stanchezza del mare non si rapporta/ al fuoco freddo dell’orizzonte». Forse è il modo più semplice, questo, per potere scomporre, parafrasando Angelo Maugeri, le notizie del giorno come facce di diamante, per poter arrivare a raggiungere se stessi svincolati dalle convenzioni, per salire, ognuno a modo proprio, «sul Tetto del Mondo da dove/ pensare e sentire vicine/ le cose lontane».

Le poesie di “Prove d’impaginazione” sono giochi di luce e ombra nello spostarsi della luce da uno spigolo all’altro, illuminando ora un’immagine ora l’altra, giocando con le parole. È il caso del fuoco della lente che diventa fiamma sotto il sole che gira carbonizzandosi come fosse un pollo allo spiedo, oppure della neve che cade sulla terra e sente la caduta «dei venti nel bianco dei ritratti». E ancora qui il corpo umano sembra un albero nodoso che con un brivido si scrolla di dosso il peso della neve, spezzando l’immobilità. «L’orizzonte accende altrove/ la mappa degli astri/ quando gli alberi raccontano/ la nascita della luce». È continuo mutare, con il passare delle stagioni (e degli anni e dell’uomo).  In altro componimento, ai brividi del corpo si accostano i sussulti della mano designata a colpire. Forte è anche l’immagine di chi stringe il cielo con le labbra. E per tornare al tema del filo, questa volte quello della tela di Penelope, del tempo che ritesse la luce e il buio nell’alternanza del giorno e della notte, nel trascorrere del tempo. Cure e avventure affollano il mattino «come le porte degli ingorghi/ i nuovi arrivi» e «l’alba danza nello specchio della pioggia/ ed entra nell’oltranza».

Note, queste, che si ricollegano alla dimensione stilistica di Angelo Maugeri, nella poesia come nella prosa d’arte. Talvolta malinconico, talvolta ironico («in figure di fumo per monete e medaglie (…)  i vari modi/ di oscurare la parola morte/ nei telegrammi…»), rinuncia alla punteggiatura scivolando disinvolto sui versi in un flusso ininterrotto, giocando col suono, non badando alla cristallinità del proprio dire, tanto «omnia mea mecum porto», dalla poesia omonima il cui destinatario non specificato potrebbe essere ad occhio più attento intuibile.

Giulia Sottile

Condividi sui tuoi social