È inutile, reiterante e seccante parlare sempre – parlare ancora – della crisi del Teatro italiano, è realtà che ci coglie impotenti quanto irritati ma che ormai conosciamo, in tutte le salse è stato servito questo piatto e Carmelita Celi lo ha ribadito nel tagliare corto ad apertura del bellissimo spettacolo svoltosi sabato 14 al “Piccolo Teatro” di Catania (con repliche 21 e 22 c.m.). Così si è andati dritti all’anima dell’iniziativa/ripartenza, omaggio a Piero Sammataro, venuto a mancare due anni fa, attore e regista italiano, nonché autore di opere come la stessa in scena al “Piccolo”, “Alla fine del tempo dell’Ulivo” (regia di Saro Minardi), ispirata al “Giardino dei Ciliegi” di Anton Cechov nell’ottica di una continuità tra il teatro russo e quello siciliano. Stessa atmosfera e stessi temi, infatti, videro il dispiegarsi della vicende di una famiglia patronale siciliana di ritorno alla propria terra, terra tuttavia in fermento per le trasformazioni sociali (oltre che politiche) del primo dopoguerra. Nel generale panorama di una popolazione frustrata dai sacrifici resi allo Stato come cittadini italiani ma ancor prima siciliani, la mentalità non si scosta da quella di chi guarda al di qua della propria cinta daziaria, di chi cerca pragmaticamente risposte tangibili in termini di benefici che non sempre arrivano. È il periodo dei nuovi arricchiti che si mescolano ai “signori” e dei conflitti di classe. Le lotte contadine per l’uguaglianza, da un lato, e la diffidenza da esse, dall’altro (arriverà da lì a breve il fascismo a tenere buoni tutti). Il dramma della famiglia Spera sono i debiti insostenibili che condurranno inesorabilmente alla vendita all’asta della tenuta con annesso l’uliveto che aveva fatto la fortuna per generazioni. Il legame affettivo verso questo baluardo simbolico assume sfumature quasi erotiche, nell’attaccamento alla propria terra/vita. La signora Spera aveva perso tutto con la guerra, marito e figlio, e le erano stati sottratti anche i beni e la vita in cui aveva ripiegato a Parigi per sfuggire al dolore. Col rimpatrio, la Sicilia rinnova le angosce ma anche l’affetto e la fedeltà delle figlie e della servitù.

In questo scorcio familiare, tra conflitti e ricongiungimenti, il “gruppo dell’Ulivo” ha messo in scena personaggi molto ben caratterizzati, ognuno coerente a se stesso e dotato di una forza espressiva tale da racchiudere in sé un gene della stessa storia. Questo, certamente reso possibile dal connubio caratterizzazione-interpretazione, quella di attori professionisti che hanno lavorato, oltre che con professionalità, con passione. Esempio ne è il personaggio “poetico” della vicenda, il maggiordomo di famiglia che non si era mai separato dalla sua terra. Rimbambito e zoppicante per l’età avanzata, resta portatore di una saggezza superstite, espressione di un mondo in declino ma difeso e preservato dalla testimonianza e dai sistemi valoriali di chi ne è figlio (compresa la rigidità gerarchica dell’organizzazione sociale condivisa anche dagli strati socioeconomici più svantaggiati, concepita giusta e immodificabile). Ma sulla scena ogni personaggio si impone in un suo spazio con forza, come una delle due figlie della signora Spera, Viola, orgogliosa e autoritaria. Si impone l’opportunismo di chi va dove tira il vento, in personaggi come Gregorio, che si presenta alla famiglia come uomo di fiducia, conoscente da sempre, ma intento solo in un furioso accaparramento senza sosta, ossessivo, bulimico. Un Mazzarò con deliri di onnipotenza, portatore di cinismi e profuso alla rivalsa in primis sociale, come se contasse solo e finché potesse avvalersi del supporto dei suoi “piccioli”. Ignorante e rozzo, è contrapposto al fratello della Spera, Federico, che teneva più al prestigio derivante dalla tradizione. Sono diverse le storie che si intrecciano, come quella romantica di Vanni e Ania e quella meno, che lascia a bocca asciutta la cameriera Severina.

A comune denominatore delle vicende, a fare da baluardo di un’era è l’uliveto, simbolo di tutto ciò che deve essere salvato, risorsa produttrice di un bene non immediato ma mediato dal lavoro e dalla dedizione di chi lo lavora, filtrato da una sovrastruttura minacciata dalla morale capitalista, dalla voracità dell’economia che chiede solo beni materiali e preconfezionati e perde di vista tutto il resto (la stessa che allontana dal teatro). Così commuove sapere che a “Alla fine del tempo dell’Ulivo” Piero Sammataro lavorava due anni fa, prima di decidere “di uscire di scena”. Con la prima dell’opera, così, si realizza il progetto del grande uomo di teatro, forse lui stesso un Ulivo (come suggerisce il nome stesso che la compagnia risorta dalle ceneri si è dato: il gruppo dell’Ulivo).

Curato tutto nei minimi particolari, dai costumi alle scenografie (proiezioni e immagini digitali), apre e chiude la bellissima voce di Carmelita Celi in “A colonia di la genti dispirata”. E, con questo breve omaggio, va proprio a lei un grande abbraccio e un grazie a Piero Sammataro.

Giulia Sottile

  1. B. Ritengo atto dovuto aggiungere a questa mia nota i versi che Mario Grasso ha scritto come “Messaggio” all’Amico, in occasione della avvincente rappresentazione di “Alla Fine del Tempo dell’Ulivo”

Messaggio per Piero Sammataro

Forse baluginò nella pupilla

un lieve svolazzare di sipario

nel momento del sonno senza nome

Fine del primo atto.

Adesso il Regista l’Autore il Mimo

l’Attore  la Sua Scuola

accendono fedeli e grati

la memoria di Te

Piero continua riapre

lieve sempre il sipario

l’atto secondo e oltre

nel Tuo nome il rivivere

l’aura della Tua voce

la magìa dei Tuoi gesti

gli applausi perenni

oltre la scena.

Mario Grasso

  1. Piccolo Teatro della Città- 14 – XI – 015
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