Un omaggio alla nostra terra di Sicilia, alle sue bellezze e a quanto i siciliani dimenticano o non riescono più a vedere, questo e altro rappresenta Wo das licht wohnt/Dove abita la luce, silloge bilingue – tedesco e italiano – di poesie frutto dell’innamoramento di Heidrun Adriana Bomke per un isola che ha in sé tutti i colori dell’arcobaleno. Ex docente universitaria, letterata, viaggiatrice instancabile, la poetessa non è alla ricerca della pace perché l’ha già trovata, qui, tra il vulcano e il mare, e da lei trabocca nella spontaneità di momenti di compenetrazione con la natura. L’appellativo di naturalista le si deve infatti aggiungere, avida di quelle emozioni che immortala in fotografie e parole. Lei stessa in una riflessione incipitaria prende in prestito una poesia di Hilde Domin nel definire le parole “melagrane mature”, e come melagrane si schiudono, “tutto l’interno viene rivoltato all’esterno / il frutto mette a nudo il suo segreto / mostra il suo seme” – quello dell’anima come quello del frutto – perché questo è in fondo la poesia, uno svelare un pezzo della propria interiore intimità a cui la Bomke ha “dato spazio” lasciandosi alle spalle “il già vissuto, il prestabilito”. Le sue poesie “nascono sempre dall’incontro con gli elementi, con ciò che è vivo” negli anni vissuti – straniera ma non da straniera – s’un’isola paradiso, “così bella e così ferita”. Per questo non a sproposito le ritiene “forgiate dagli elementi”, o distillate dalle melagrane. E dall’incontro scaturiscono colori come il rosso della felce, il vino del mare, ma a prevalere sono le gradazioni del blu: dal “blu cosmico” al turchese, cullati da note malinconiche ma quiete, mai aspiranti a qualcos’altro perché già paghe della pace del paesaggio. Una bellissima immagine – che, secondo me, descrive la stessa poetessa – è quella della leggerezza di un petalo di rosa bianca nel vento della sera. La luna è una falce e la palma una “ballerina dalle cento braccia” ma, nel furore di un’eruzione vulcanica – vive lei alle pendici dell’Etna – i boati  non la spaventano ma concorrono a rendere la natura viva, serena come la stessa Autrice perché “se tutto finisse in questo momento / sarei pronta per Plutone. / Lui abita dietro l’angolo. / Ma fuori mi aspetta una sedia al sole” che fa pensare ad una donna che ha vissuto a pieno la vita e non teme la morte perché ha ben presente il senecano “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” con una coscienza che sa di non aver mai perso tempo, mai ferma eppure trova il tempo per concedersi a quello che è poi l’habitat primordiale per l’essere umano. Non è un caso che ad aprire la silloge sia proprio “cielo imbiancato / tu /nel frullare d’ali / nella volta frondosa / a me nomade / sei tenda”, esprimendo quella dicotomia, perenne, di chi si muove quando è fermo e trova quiete quand’è in corsa. Quella quiete che ci concede il mondo, come “le stelle cullate dalle onde / portano il cielo in terra”, a dispetto di un’altra immagine, suggestiva, quella della foglia che cadendo dall’albero “mai cerca la terra”, come la Bomke. Eppure è la condizione, la sola, che possa potarla ad un ricongiungimento con se stessa, quando descrive un mare che la avvolge e la “trascina / dove? / verso me”, dopo i pellegrinaggi della vita, le peripezie, l’aver assistito alla storia di una Germania postbellica e a un galoppare delle trasformazioni tecnologiche e sociali. Finalmente la pace, possibile, “come la luce al posto del muro!”.

Giulia Sottile

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