“Frattanto il mare” ha scelto l’avvocato Enzo Mellia per titolare il suo esordio poetico, fatto di intarsi che lui chiama – e sottotitola – “racconti brevi, forse…”. E quel frattanto, a fine lettura, ci dà l’idea del ritaglio, tra una corrente e l’altra della quotidiana frenesia, di momenti fotografati in un istante e conservati per sempre, momenti indissolubilmente legati al mare. La felicità è un “frattanto”, come a rendersi conto che in parallelo, da qualche altra parte dello spazio e del tempo, qualcuno è felice. Si tratta di pezzi di storie, momenti di vita estrapolati da un viaggio che va al di là del contingente componimento che non è che un riscontro, come a dire “oggi sono giunto sin qua”.Sono sprazzi che restano nella memoria, estratti di paradiso che il mare soltanto può dischiudere, e lì come bagliori, brevi ricordi, immagini, restano impressi.

Si ha l’impressione di procedere insieme ai componimenti in una realtà parallela, sospesa in una diapositiva, surreale come un amore provato «ai piedi/ dei monti/ della luna». È un mondo incantato, il meraviglioso della Magna Grecia dove la vita è fatta delle piccole cose. È un ricongiungersi con la natura, con gli archetipi. Mare, acqua come liquido amniotico di un ritorno al primordiale. La luna stessa non è sempre in cielo, rievocata piuttosto nel suo riflesso sulla superficie acquatica. Appare Eolo, appare Demetra, personificazioni.

Il mare non è tanto l’infinito o il vuoto, quanto piuttosto «l’altra sponda», una terra a sua volta su cui attraccare.È sacro in quanto «altare». Ma già la spiaggia è «un punto d’approdo» dopo il viaggio, è casa. Ma Mellia è un Ulisse al contrario, che sente di errare «vagabondo» «per le vie della terra/ muto e ubriaco tra i ricchi versi di Omero», e torna a casa quanto ha il mare.

C’è un ritmo costante in alcuni componimenti che sembrano procedere a passo con il respiro, ad ogni verso una nuova boccata d’aria e l’aggancio con la precedente parola. Così il poeta ricorre alla ripetitività, a voler rimarcare i concetti, per volontà di essere chiaro affinché nessuno abbia dubbi. E ogni elemento finisce per acquisire un epiteto che lo accompagnerà con il procedere.

Fa la sua comparsa il caldo cocente del sole che non spacca le pietre ma il «fiato», il vento che arde il petto. Il mare è quello della costa della Sicilia orientale e ci si sposta dai caratteristici «muri neri» del catanese – la pietra lavica – alla pietra bianca del siracusano. Il bianco e il nero nutrono del loro contrasto non solo la pietra e la roccia ma anche il mare, che ora è «china» ora è «bianco», è «africano» ed è «mare del Nord».

Non poteva mancare in un poeta nostro corregionale un omaggio all’Etna, quando inizia con «Montagna/ indomita e ferita» e finisce con «contro ogni idiota/ che compie sacrilegio alla vita». E la comparsa della nostra vetta «ribelle» inaugura un altro elemento che si accosta all’acqua, il fuoco, su una costa che si frappone tra tutti gli elementi che finiscono per fondersi, come «questa notte/ coi fuochi sull’acqua» o come la danza tra mare e cielo.

Ci sono poi momenti in cui non è ben chiaro se Enzo Mellia stia parlando della natura o della donna, che sia antropomorfizzazione o, al contrario, metamorfosi dell’umano. Così Lei è dipinta quasi come una sirena, quella dell’immaginario mediterraneo, ellenico. Ma la donna si lega alle leggende del mare anche nella veste di «gitana» come in quella di dea. C’è sempre una donna – o la donna – in ogni luogo, da Barcellona a Roma, da Parigi a Siracusa.

È frequente poi il rimando agli occhi – occhi sul mare, occhi di tutti i colori, di tutti i riflessi, occhi come portale della memoria, del mistero, della verità. Se vi si riflettono mondi, sono al contempo imperscrutabili, veicolo di contatti ma mistero. E sempre sugli occhi si riflettono tutti i volti del mare, specchio dell’anima rivelatore.

 

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