Centovele

PERFEZIONI INVOLONTARIE

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IL MONDO COME RELAZIONE

di Giuseppe Raniolo.

 

   - : Carmelo Passanisi vive la vita per immersione o per combustione, come in un perenne battesimo, dell'acqua e del fuoco, in una iniziazione che dura quanto la vita perché é la vita stessa.

     La sua é una poetica della ferita, della conoscenza che si coniuga con il pathos, una poetica del transito e contemporaneamente del presente (stazione nel transito), del trascendente che si palesa nell'immanente. Una poetica della disillusione che non teme di illudersi, della malinconia che si apre alla tenerezza, alla passione e al dolore.

       Carmelo non ama prendere le distanze, non si attarda nella metalettura e neanche nell'ironia, che pure conosce e pratica, o nella satira, in cui é maestro. Egli entra in una relazione nuda con il mondo, impavida e temeraria, per carpirne l'essenza e carpendola capire.

     Egli sa lasciare andare perché ha saputo tenere e ogni addio é uno strazio che non porta alcuna rinuncia alla ricerca. Non si rintana, non cerca rifugi, non cade in letargo. Essere capaci di relazione é essere capaci di perdere: in ciò si può essere spietati con sé e con gli altri e, perciò stesso, si può avere pietà per sé stessi e per gli altri.

     Essere capaci di relazione é esserci nella relazione, fisicamente. Sono i corpi ad entrare in relazione, i nostri, quelli degli altri, il corpo del mondo. Solo in questo senso la nostra può dirsi un'esperienza estetica e cioè basata sulla sensazione, sulla percezione e sull'emozione. Nei versi di Carmelo il mondo non solo si vede, si sente e si attraversa, ma si tocca, si odora, si mangia. Da questa pratica di compenetrazione con il mondo nasce la bellezza. Una bellezza che dura nella trasformazione, permane nell'impermanenza ma che ha una sua realizzazione ultima in un mondo che non è questo.

    Carmelo scrive di ciò che è ma da cui ci piace distogliere lo sguardo, scrive del bisogno di amare e dell'ineluttabilità del morire, del cercare e non trovare, dell'impossibilità del capire e della spinta vitale a farlo.

     Egli coglie nell'imperfezione il senso del vivere: il luogo e il tempo in cui la vita e la morte si presentano uniti.

 

     Da poeta vero, Carmelo non trova riparo nella poesia, non cerca perdono e assoluzione e neppure consolazione ma senso e verità. Una verità non ultima ne prima ma profonda e spietata. Bisogna essere implacabili con sé stessi, offrirsi nudi, senza difese, alla Poesia. Una poesia come atto di fede, che ci conferma nella nostra tremenda e sublime umanità.

     L'angoscia di essere uomini ci attanaglia e la poesia sa operare una trasformazione alchemica:  da fuoco in pianto, da pianto in canto.

 (Giueppe Raniolo)

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I MORTI NON MANGIANO FRUTTI DI ROVI

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Cynthia Flavia Castorina Passalacqua, nata a Catania nella cui Università ha conseguito la laurea in Lettere Moderne, attualmente risiede ad Acireale ed è docente di Lettere nelle Scuole Statali Secondarie di Primo grado. Prima del suo esordio con l'attuale libro di liriche ha pubblicato il racconto "Goodbye Carmelo". 

Le poesie contenute in questa silloge dal titolo significativo "I morti non mangiano frutti di rovi" costituiscono un poema a mo' di epicedio che percorre con delicatezza e pienezza di sentimenti un tratto di vita vissuta colorata da sfumature di malinconia realistica e tuttavia pronuba di quel senso di liberazione che induce il lettore a sentirsi rivendicato di particolari momenti di duolo della vita, duolo che Cynthia Castorina Passalacqua filtra fino a realizzare un canto che intanto è solo suo, quindi a una sola voce, ma che del concetto classico dell'epicedio ripete l'aura di coralità proprio perché induce il lettore a empatizzare. "Ero invecchiata e non me ne ero accorta / la giovinezza mi aveva abbandonato da tanto / Ma dentro avevo continuato a sentirmi giovane / fino a quando avevo avuto te accanto."

N. B. PURTROPPO NON TUTTE LE LIBRERIE ACCETTANO DAI DISTRIBUTORI LIBRI DI POESIA. MA BASTA CHIEDERE E PRENOTARE E LE STESSE LIBRERIE FORNISCONO QUANTO RICHIESTO. SI TENGA ALTRESì PRESENTE CHE PER TUTTI I LIBRI IN CATALOGO LA RICHIESTA  PUò ESSERE FATTA DIRETTAMENTE ALLA CASA EDITRICE PER TELEFONO (095-375380) PER FAX (095375380) PER MAIL (provadautore@iol.it) PER POSTA ORDINARIA (Via Giacomo Leopardi, 53 - 95127 Catania). Il richiedente riceverà il libro all'indirizzo che avrà dato e senza alcun aggravio di spese di spedizione potendo pagare entro dieci giorni dalla ricezione tramite il bollettin che troverà accluso al libro ordinato. 

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OLTRE LA CURVA DEL TEMPO

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“Una corona di lampi inquieta la mia sera” stupendo verso definitorio che avrebbe potuto squillare da titolo per questa nuova coinvolgente silloge di liriche di Eulalia Cannizzaro Guccione. Qui siamo Oltre la curva del tempo, titolo che può sollecitare una immaginifica enunciazione euclidea, o un rinvio al Nastro di Moebius o ancora, più d’accosto ai nostri tempi, a elaborazioni di tesi einsteniane o se non, addirittura, quantistiche. Impertinenze che il lettore segnala intanto come esito di propri arbitrii, ma sicuramente per un immediato omaggio alla poesia che raggiunge mete di partecipazione non solo sentimentali, come efficacemente vibrano di lirica in lirica a rilanciare il duolo e le speranze della vita in questa nuova silloge della poetessa ragusana, ma anche subliminali vibrazioni che attingono al mistero, al metafisico, all’invisibile che si rivela alla scienza. E proprio sulle ali dei sentimenti, dei ricordi e delle rivendicazioni, che Eulalia Cannizzaro Guccione propone con limpida voce tra i versi di questo nuovo libro.

A proposito di Oltre la curva del tempo non sfuggirà ai lettori più attenti la possibilità di intrecciare, per una ludica proposta, i titoli dei suoi libri di poesia editi tra il 1979 e l’attuale 2016. Intrecciare per ricavare un acrostico non di iniziali ma di titoli, quindi di locuzioni assemblate a comporre una vibrante unica lirica. Eccone la prova:

Eppure un giorno   (Trevi, 1979)

Echi d’arpe   (Ibidem, 1982)

Come un vento.  (Rebellato, 1985)

Un ranuncolo giallo  (Colombo Corsi, 1988)

Monade in esilio  ( Bastogi, 1995)

Oltre la curva del tempo. (Prova d’Autore, 2016)

La poetessa e i lettori ci perdoneranno la giocosa divagazione che non riteniamo impertinente, di là della sua ludicità, appunto, se vogliamo consentire alla poesia una sua autenticità nel fungere da diagramma dell’anima di chi ha il dono spontaneo di scriverla. Dunque una divagazione, la nostra, come ulteriore omaggio iniziale, non solo formale ma, appunto, rivolto alla coerenza delle vibrazioni subliminali nella creatività autentica, quindi sofferta di Eulalia Cannizzaro Guccione.

Vorremmo saper dire come e quanto la poesia possa essere forma e “mestiere”, cioè malizia tecnica nel momento di esprimere l’inesprimibile attraverso la scrittura. Ma sarebbe impresa tutt’altro che indispensabile alla economia di una silloge che, come mano alzata, sovrasta per chiedere udienza e per comunicare stati d’animo,  e altro non pretendendo che il riconoscerle il diritto alla ricerca di una verità da contrapporre come conforto al duolo della vita cui si dava cenno qui prima.

Qui la poetessa muove i contenuti azionando uno specchio dove ricordi, nostalgie, presenze e propositi  riflettono le loro dimensioni; ora le dilatano fino a farne allusività e metafora, ora siglandone la rappresentazione con alate parole che penetrano nel cuore pulsante della realtà interpretata. E si fanno modello, simbolo, lezione persino. Un macroesempio lo troverà il lettore nella meditazione sul fiore, che “nasce e muore senza clamore”. Una riflessione densa di alti significati che intramano rinvii e trasferiscono la destinazione del verso alla condizione umana. E come non fermarsi a rileggere tanti altri significati, oltre quello immediato, nella lapidaria lirica su L’uomo-maschera, dove l’uomo e la maschera rivelano una densità significante che ci fa pensare alla grandiosa lezione dei lirici greci a proposito della condizione umana e che il lettore più sensibile e smaliziato non esiterà ad accostare alla efficacia semantica della sigla quasimodiana di “E’ subito sera” come sua virtuale continuazione in omaggio al Nobel siciliano che, detto di passaggio, di Eulalia Cannizzaro Guccione condivide la provincia di nascita. Ma ecco il deciso variare nell’apparente continuum del resoconto esistenziale; ecco le improvvise virate della poetessa tra i contenuti al momento di leggere un sapienziale riferimento simbolico alla figura del bisonte che rappresenta certezze economiche e del risparmio; ecco la importante frequenza di neologismi filologicamente razionali, logici,  come l’accattivante slembare: “Pennellate d’azzurro slembano il mio cielo”, dove la sibilante detrattiva consente una originale e razionale proposta semantica. Ed è solo un esempio per esaltare i tanti altri che luccicano accattivanti tra i versi.

Ma torniamo ancora ai contenuti e a quanto essi colgono e propongono con modulazione comunicante sostenuta da ricorrenti genitivi che, proprio nel singolare caso di Eulalia Guccione, sembra rimuovino il loro destino di intralcio alla più conveniente reticenza del poeta, per assumere qui eccezionalmente la funzione di chiave di lettura e confermare a chi legge la destinazione del canto lirico contenuto nella “Curva del tempo” come delicato diario in pubblico di un’anima senza veli. Si legga Ali infrante e si collochi a delicatissima metafora rivendicativa di realtà universali, quindi testimonianza di una sensibilità che non esita a farsi portavoce della generale condizione umana. E come trascurare la parte delle figuralità scultoree che la poetessa anima di identità indimenticabili? Anche per questo privilegio citiamo, ancora una volta, un esempio che vale per tutti: è la rappresentazione poetica del sole con scalpellature geometrico-ustoriche-cromatiche di stupenda edificante originalità: “Il sole è cerchio di paglia”, immagini che includono quella taciuta del fuoco.

Concludiamo con un cenno alla considerazione cristiano-spinoziana, tra la più moderna quantistica al momento della intuizione delle presenze spirituali (quanto reali) della perennità testimoniale dei Penati tra le fisiche contingenze umane. I Penati presenziano vivi tra i vivi: “Vivi tra i vivi s’aggirano i Penati”, verso d’alta caratura significante che compendia ulteriori rinvii, e non solo alla prima citata scienza quantistica, delle attuali nuove frontiere del pensiero e delle ricerche, ma come più palese allusione ai lasciti morali e materiali degli antenati, sia come persone, sia come emblematico compendio di eredità civili e morali.

Una silloge questa Oltre la curva del tempo che sotto la traccia immediata di un canto che esorcizza duolo, ricordi, rimpianti e solitudini, lascia sgomitare le onde salvifiche dell’armonia perenne che addolcisce le brevi contingenze di ogni umano viaggio esistenziale.

(Mario Grasso)

N. B. PURTROPPO NON TUTTE LE LIBRERIE ACCETTANO DAI DISTRIBUTORI LIBRI DI POESIA. MA BASTA CHIEDERE E PRENOTARE E LE STESSE LIBRERIE FORNISCONO QUANTO RICHIESTO. SI TENGA ALTRESì PRESENTE CHE PER TUTTI I LIBRI IN CATALOGO LA RICHIESTA  PUò ESSERE FATTA DIRETTAMENTE ALLA CASA EDITRICE PER TELEFONO (095-375380) PER FAX (095375380) PER MAIL (provadautore@iol.it) PER POSTA ORDINARIA (Via Giacomo Leopardi, 53 - 95127 Catania). Il richiedente riceverà il libro all'indirizzo che avrà dato e senza alcun aggravio di spese di spedizione potendo pagare entro dieci giorni dalla ricezione tramite il bollettin che troverà accluso al libro ordinato. 

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LUNA VISIONARIA

€12.00

 (...) E' QUELLA DEL POETA DI CAPO D'ORLANDO, UNA LUNA DI VISIONI CHE FA PENSARE ALLA LUNA SEMPRE DIVERSA E SEMPRE UGUALE DEI POETI DI OGNI TEMPO; ALLA LUNA ARIOSTESCA CUSTODE DEL SENNO PERDUTO DI ORLANDO FURIOSO, ALLA LUNA SIMBOLO DELL'ETERNO FEMMININO, AL CHIARO DI LUNA AVVERSATO DAL FURUTISMO. LUNA ESTETICA, LUNA POETICA E' INVECE PER IL POETA, LA LUNA "FOSCA DI COLORI" COME QUELLA DEI cANTOS (!917-62) DI POUND. CON, APPENA LA CHIMERICA LUNA DI CAMPANA E IL "SORRISO DI UN VOLTO NOTTURNO" IN ASCOLTO DEI VERSI CANTABILI DI TORRES LA TORRE, SCRITTI PER L'ORECCHIO ANCOR PIù CHE PER L'OCCHIO SECONDO I MODI DI UN'EPOPEA POPOLARE BASTA SULLA COMPLILAZIONE DI TESTI FUNZIONALI ALLA PHONé SEMANTIKé. tALE LA BASE DELLA VOCAZIONE DRAMMATICA DEL "TEATRO DI POESIA" E "ARTE VIVENTE" D'UN AUTORE CHE VUOLE RIVOLGERSI A TUTTI ANCORCHé REFRATTARIO A QUEL RISTRETTO CONCENTRQAZIONARIO "PUBBLICO DELLA POESIA" COMPOSTO ESCLUSIVAMENTE DA POETI TALI, CULTORI D'UN VERSO ESTRANIATO DAL SENSO (Stralcio dalla prefazione di Stefamìno Lanuzza).

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BIANCOSTATO

€10.00

Silloge di esordio di Annalisa Distefano di Chiaramonte Gulfi (RG)la cui scrittura poetica è stata fin da quando aveva sedici anni e frequentava le Medie superiori, oggetto di entusiastiche attenzioni tuttaltro che superficiali se, proprio a sedici anni le è stato conferito il Premio di poesia Mario Gori patrocinato dalla Camera di Commercio di Ragusa. 

Sposata e adesso madre, Annalisa Distefano, che lavora a tempo pieno presso un centro commerciale della sua stessa città, anche dietro suggerimento dei suo amici e estimatori si è decisa a sottoporre al giudizio editoriale un mannello delle sue poesie. Giudizio che è stato ovviamente positivo e pertanto pronubo di un confronto con il più vasto pubblico di lettori e critici nazionali interessati alle più qualificate e serie scritture creative.

La Casa editrice accogliendo Elisa Distefano tra i propri autori e pubblicandone la silloge d'esordio BIANCOSTATO auspica che la poetessa continui a riscuotere i consensi e gli incoraggiamenti che hanno accompagnato la sua inclinazione verso la letteratura creativa e che la sua ricerca continui con la ben distinta cifra di contenuti e di forma che caratterizza e personalizza questa sua opera fin dal titolo: BIANCOSTATO.

N.L.

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LUKY STRIKE

€10.00

Il vizio della poesia

 

«La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non mi basta» scriveva Pessoa, quel Pessoa evocato nell’epigrafe di questo intrigante libretto di poesie, anche se attraverso l’eteronimo di Álvaro de Campos. Erica Donzella sembra che scriva proprio perché la vita non le basta, e le parole che scivolano dalla sua penna sono gettate sulla pagina a chiedere di allungare un po’ le dolci e amare passioni della sua esistenza, ad aspirare ancora un po’ il tabacco rullato dentro la sua ultima sigaretta. E stiamo dentro la metafora perché il fumo è certamente ‘oggetto’ poeticissimo, come ci dimostrano le U.S. di Zeno o del Vice di Sciascia, la prima sigaretta fumata dall’Agostino di Moravia o appunto i versi dell’Opiário e la Tabacaría di Pessoa/de Campos. Su questa correlazione stretta tra fumo, vizio del fumo e poesia si intesse tutta l’ultima raccolta di Donzella, il cui esordio si è consumato, del resto, all’insegna del fuoco (Pyro, 2012) a cui fa seguito ora, quasi per una inevitabile concatenazione di causa-effetto, il fumo di Lucky Strike.

Il tema del tabagismo incornicia e ritma la scansione dei componimenti suddividendoli in quattro sezioni, la cui partitura deriva tutta dalla trascrizione del bugiardino di una confezione di tabacco. Le avvertenze («La poesia può creare dipendenza: non iniziare»), che introducono il lettore nel percorso disegnato dai vari componimenti, suonano come messaggi d’allarme che segnalano il pericolo del contagio della poesia. In realtà, pare subito chiaro leggendo questi versi che la poesia è una questione di vita o di morte, che è la vera dedicataria di tutti i componimenti, dove il mezzo e il fine si confondono: poesia e vizio procedono di pari passo perché sono in fin dei conti la stessa cosa. Non una congiunzione ma una copula lega i due lemmi. Ma dietro la dichiarazione di tanta immediatezza si avverte subito la sapienza artigianale della costruzione, la dimestichezza con la musica interna e segreta delle parole, con le loro risonanze e i loro echi. Basti pensare a certi attacchi («Se non fosse il caso di disegnare arcobaleni sulla schiena della pioggia»; «Potessi chiamarmi tempesta»; «Tu non sai che ho in me sorriso e pianto») per capire come il dono della poesia sia il vero protagonista di questa silloge. Si tratta di un dono invocato nella prima sezione (Original Red) alla conclusione dello spettacolo della vita che continua appunto nella vita delle parole («Io mi fermo al sipario, / rosso della fine […] / È tempo di spogliare il canto»), e poi inseguito e ritrovato nella seconda (It’s Toasted).

Il senso del limite è continuamente in agguato, è il nemico contro il quale la parola ingaggia una battaglia mai definitiva. Un limite-confine che separa la voce del canto dai personaggi che si aggirano nelle stanze evocate da questi versi, avvolti si direbbe in una coltre di fumo. Se è evidente, infatti, la forza della poesia che si sprigiona da una così intensa e appassionata scelta di suoni, immagini e parole, il soggetto da cui proviene tale musica resta invece nascosto e fa capolino soltanto come un io impegnato soprattutto nella ricerca di se stesso («sono nata senza nome»; «io sono senza forma»). Si tratta di una ricerca al tempo stesso di sé e dell’altro, il cui fuggevole incontro accade soltanto per una stagione, in un momento che sembra racchiuso proprio al centro di questa silloge, nella terza sezione non a caso intitolata Sigillo salva anima: maneggiare con cura. È proprio in questi versi, infatti, che l’io sembra scoprirsi dichiarando a chiare lettere il limite della poesia e insieme la sua forza. L’incapacità di dare un nome all’amore («Non so dove sta la vita […] / Non so davvero, amore, / come chiamarti») e di superare il confine del proprio corpo per consegnarsi a quello dell’altro maturano di pari passo: «non so nuotare nell’abisso delle tue braccia, / sono due corde di carne che mi sfaldano, / sono due correnti d’amore che mi soffocano». Non a caso le due maschere attraverso le quali i volti dell’io e del tu si rivelano e si nascondono sono Euridice ed Orfeo; come quest’ultimo Donzella sa che la poesia si nutre dell’assenza («io sono innamorata dell’assenza») e forse solo dopo il voltafaccia, solo dopo aver vissuto l’«incubo della perdita della sua mano» (poco importa se questo avvenga solo in sogno) può riconoscere il proprio nome:

 

Io non so che aprirmi luce dopo luce,

schiudermi piccola in petali di niente,

io sono in un fior di campo e cinque lettere appassite:

Erica.

 

In altre parole è solo dopo l’incontro con l’altro, dopo l’idillio e lo strazio della passione, che l’io può dire il suo nome e riconoscere ogni verso come un «lembo stracciato di ». Le immagini di levità (fiamma, ombra, nuvola), che si trovano nell’ultima sezione (20 grammi) e con cui Erica Donzella si congeda dal lettore, sono l’approdo di questo breve percorso di formazione, rappresentano la fragile acquisizione di una fede nella parola alla prova con la vita, che non cede, non arretra, ma riconosce se stessa in quel poco o quel tanto che rimane, in quelle sillabe pronunciate e dimenticate, nella consapevolezza che all’altro non si può dare che poca cosa:

 

Tu non avrai di me che un solco, una parola e una cicatrice,

e quando levigandomi ruvida troverai vena pulsante,

sarò sangue e polvere da soffiare via.

 

Si è davvero a un passo dal toccare il peso dell’esistenza, quei 21 grammi che separano probabilmente la vita dalla morte, misterioso lascito di ogni storia d’amore.

 

Maria Rizzarelli

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WO DAS LICHT WOHNT / DOVE ABITA LA LUCE

€16.00

 

   Le sorprese contenute in questa silloge di poesie di Adriana Bomke saranno tali specialmente per i lettori italiani, forse meno per i connazionali dell’Autrice. Questi ultimi, infatti, deliziati dalle suggestive rappresentazioni naturalistico-neoromantiche di luminosità solari, ceneri vulcaniche amministrate da bizzarri  venti,  profumi e colori, trasparenze azzurre di cielo e di mare d’una Sicilia tra sogno e realtà saranno, sicuramente, distolti da quanto d’altro, tra botanico, climatico, fenomenico-fisico e geo-tellurico insiste nella  rappresentazione lirica e figurativa che la poetessa svolge sull’Isola del fuoco e degli aranceti.  Tutto infatti è luminoso sogno e spontanea resa di dolci emozioni tra le delicate “partiture sceniche” di Dove abita la luce.

 L’ appropriato titolo, intanto, ci fa pensare a una frase goethiana, che spicca nel contesto del Viaggio in Italia dell’autore del Faust, con il suo riferimento al territorio lombardo intorno al lago di Garda, e non alla Sicilia, come erroneamente e superficialmente capita di sentire  spesso affermare, anche  - e purtroppo - da persone “erudite”, che citano, da saccenti, senza aver letto italienische Reise.

     E proprio il Goethe del capitolo  conclusivo di Sizilien del suo Reise ci viene, ancora una volta, da citare dopo aver letto quanto scrive Adriana Bomke. Un Goethe quello di Sizilien, tutt’altro che entusiasta della Sicilia, di cui non aveva colto positivamente alcun dato, non dico entusiasmante, come è per la Bomke, appunto, ma almeno da fargli conciliare l’estemporanea alterazione umorale e fisica, provocatagli dal mal di mare, con qualche particolare momento del percorso pregresso e del diario puntualmente tenuto: “L’intero nostro viaggio siciliano non mi appariva in nulla sotto piacevole luce. A dire il vero non abbiamo visto altro che i vani tentativi del genere umano per difendersi dalla violenza della natura, dalla perfida insidia del tempo e dalla protervia delle stesse umane endemiche ostilità e discordie. Cartaginesi, greci, romani, e chissà quanti altri popoli dopo di loro, hanno costruito e distrutto.

     Selinunte si presenta metodicamente disastrata; per abbattere i templi di Agrigento non sono bastati due millenni, ma per distruggere Catania e Messina solo poche ore, se non pochi istanti.  A queste considerazioni, realmente stimolate e afflitte dal mal di mare e in una mente in balìa dei flutti della vita, io non lasciai tuttavia prendere il sopravvento.(Cfr. in Sizilien, di W.J. Goetheobersetzung vom Deutsch zum Itakienisch von Nives Levan. Edizione Prova d’Autore, Catania, 2005).

     Dal 1787 al 2014 sono trascorsi 227 anni e potrebbe essere accaduto di tutto, come infatti è stato, e non solo, evidentemente, in Sicilia. Fiori, sole e clima, mare e profumi non sono sicuramente cambiati nell’Isola del fuoco e delle arance, come non sono cambiati i rischi di eruzioni vulcaniche, devastanti lave, terremoti e siccità. Né discordie e problemi sociali, politici, economici, acuiti dalle animosità cui faceva riferimento Goethe, quella volta. Che anzi con la presenza della mafia, inesistente anche da parola e significato ai tempi di Sizilien, qualche pennellata espressionista di altro pessimismo si potrà adesso aggiungere alle minacce annotate dall’illustre viaggiatore tedesco del Settecento. E omettendo il poter dire che  anche l’aspetto criminale dilata al massimo, oggi come oggi, i motivi di curiosità,  (e non sempre di rifiuto, se è pur vero che c’è di sovente un malcelato compiacimento a cogliere “colore” in tante estemporanee valutazioni che della “realtà mafia” si fa all’estero) e forse cela tra le pieghe della sua immancabile pubblicizzazione diretta e indiretta, persino letteraria oltre che cronachistica, inconfessabili marchingegni di persuasioni occulte, non sempre e necessariamente utili alla improbabile estinzione del fenomeno, che è diventato sempre più politico, tra connivenze e criminose sopraffazioni, fino a dimostrare che una nobile ipotesi romantica, cifrata in tema di ricerca della luce può mascherare raffinati strumenti per oscurare la vera luce. Tutti argomenti che diverrebbero fiero pasto e scandalo traumatico per l’anima candida e sognatrice di un poeta, specialmente quando questo non è siciliano.

     Tale la premessa che riteniamo utile per i lettori della deliziosa silloge di canti lirici e stupende immagini fotografiche, che ci propone Adriana Bomke, artista della scrittura e della scelta di momenti figurali. Adriana Bomke, che non solo ha trovato la Luce in Sicilia ma ha eletto nel suo cuore l’Isola al gemellaggio con il Giardino delle Esperidi d’una moderna mitologia  a sfida dell’epoca del robot.  Mitologia umana di memorie e sentimenti di cui lei stessa, la poetessa Bomke, è assertrice fino a farsene virtuale bandiera quando afferma Luce vera a fronte di chi maschera con tematiche pretestuose di ricerche di luce i propri loschi percorsi elettorali e/o di illecito profitto del denaro pubblico, raggirando la buona fede di ingenue ambizioni in seno a una società, dove la violenza del potere mafioso vanifica il valore dei confronti, discreditando e oscurando chi può rappresentarli.

    

2 – La poesia di Adriana Bomke si allinea a una visione romantico-paesaggistica come velo sotto cui urge un mondo di gioiosi stupori, sentimenti, amicizia e amore, che alitano con la prudenza che si addice a una delle caratterizzazione della poesia: la più delicata reticenza. Basterà leggere la premessa autobiografica, che informa sul mondo pregresso della poetessa e sulle sue istanze interiori, cresciute in armonia con gli stessi anni di percorsi di lavoro intellettuale e adattamenti, lungo i quali il sogno di una vita “altra” è rimasto intatto nella sua coerenza, fino al momento del passo definitivo, che  ha portato la concretezza e il raggiungimento di una meta. 

     Una premessa, quella della poetessa alle proprie liriche, che definiremo preludio, per servirci di un significante caro  alle grandi opere musicali. Un preludio dove si legge il segreto della vita di Adriana Bomke, le sue genuine tendenze, le subliminali attese di una personalità alla ricerca di una armonia autentica, tra la propria spiritualità e la pratica quotidiana della vita di relazione. E qui ci soccorre il pensiero di Ralph Waldo Emerson nel suo Lo spirito energia vitale, come momento di rinvio a un’opera filosofica pertinente. Ed ecco come proprio questo rinvio concilia il poterci  rivolgere a tutta una coerente linea di ricerca metafisica che percorre, come leitmotiv, l’intera opera creativa unita a quella di appassionata quanto geniale fotografa. Sono segnali come altrettante dichiarazioni che potranno indicare al lettore ulteriori angolature, da aggiungere a quelle ordinarie e immediate che la spontaneità della silloge offre, fino a elargirle a pieni significati. Una pienezza che esalta la concisione e la brevità, dando a ciascun quadro lirico (è un canto, infatti la poesia di Bomke, empatico con quanto la parola rappresenta in immagini e simboli) un modello di sorgente implosa e irradiante: la parola si fa locuzione; la locuzione ampiezza compressa di resoconto, e il verso sinossi di profonde emozioni, dichiarazione di sentimenti, e qualche volta persino invito a universi mitologici affascinanti. Citiamo da Colchici sull’Etna: (…) Ora che i colchici si drizzano nell’erba stanca  estiva / ora vedo il tuo volto /  vedo il tuo sorriso tra gli acini blu / ora che anche qui la rosa canina si tinge di rosso / e le castagne attendono il fuoco /  Ora che i colchici chinano dolcemente il capo lilla / mi guardo anch’io umile allo specchio / ora è tempo ch’io riconosca il tuo arrivo” . I colchici! Ma guarda un po’ dove si va insinuare l’attenzione creativa della poetessa attratta dalla presenza sull’Etna del colchico in fiore. Ed ecco l’implosione e della parola  e del verso, ecco come dall’asciuttezza della ossificata scrittura scaturisce storia, leggenda e mito: Il colchico, pianta erbacea tuberosa dai fiori lilla, bianchi e gialli imbutiformi e simili a piccoli gigli, è il kolchikòn dei greci, nome che ne celebra la presenza e l’origine mitica (Kolchidòn = della Colchide) nella regione del Mar Nero famosa nell’antichità per la presenza della maga Medea, manipolatrice di veleni (i semi del colchici sono velenosissimi), e del Vello d’oro. Medea che aveva parlato per la prima volta con Giasone nel tempio di Ecate e si era tolta l’unguento dal corsetto donandolo all’eroe affinché fosse protetto contro il fuoco dei tori. Era l’unguento di Prometeo, il succo del fiore sorto nelle gole del Caucaso, dal sangue tormentato del Titano, dello stesso colore del croco di Corico.” La terrà aveva ruggito e tremato quando il fiore di colchice era stato strappato dal suolo”, ci tramanda Apollonio Rodio. (...) pER LEGGERE LA CONTINUAZIONE DEL SAGGIO CLIICARE IN EBDOMADARIO ALLA VOCE "UN OSSIMORO DI GOETHE" di M. Grasso:

MARIO GRASSO

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VESTITO ZEBRATO

€10.00

(...) Roberta Musumeci in questa sua silloge di poesie ci continua coerentemente a parlare di cose e casi della vita. E ce ne parla con ironia, con l’ironia dei forti e di Savinio. Il peccato originale è dunque nella mia citazione che evoca due nomi impopolari.Un motivo in più per confortare me stesso e la poetessa, aggiungendo subito che nessuna forma artistico-creativa e tanto impopolare quanto, appunto, la poesia. A scuola ce la dovevano spiegare. Lo abbiamo dimenticato? Impopolare perché – probabilmente – una delle componenti certe e costanti della poesia pare sia la verità. E tutti sappiamo quanto offende e ferisce la verità.

    Lasciamo questa prima divagazione a chi abbia voglia di meditarvi sopra e proviamo, da ora in avanti, a intercettare tra simboli e ironie, la verità che continua, con affabile sorriso, a spiattellare di pagina in pagina il canto di Roberta Musumeci: “ (…) Vedo una donna più magra / e una più grassa // Una più stupida / e una più arguta // Mi guardo allo specchio / per sentirmi a mio agio”. L’assaggio, questo assaggio, è a temperatura ambiente. Infatti c’è una scala delle temperature nelle ironie della poetessa. Proviamone un secondo momento, quello che pulsa e colora tra i versi di Principe azzurro. “Tu che baci principi / nella speranza che diventino rospsi // Porti in tasca fazzoletti / imbevuti di sangue blu”(…). E, ancora, tornando alla temperatura ambiente a proposito dell’imprescindibile umano in Giraffe: “ Ci guardano / aempre con lo stesso/ accenno di sorriso // Ci ricorano / di essere solo finzione”(…).

Una porzione forte e altrettanto delicata della ricerca in questo Vestito zebrato è rivolta alle cose-casi dell’Amore. Ma in questa occasione scopriremo che il respiro sulfureo dell’ironia assume il fervore e il calore dei sentimenti ad alta temperatura. Si direbbe che in materia d’amore le oscillazioni della temperatura interrompono il loro vagheggiare. L’Amore è un sentiero blindatodelle cose e dei casi della vita. Almeno quello serio della virtualità quando rifulta felicemente trasferita nella realtà. Il caso, allora, è serio e la verità della poetessa nopn esita a manifestarsi, ricelando il suo non voler rivelare. Al punto di confessare di avere gattescamente rubato l’anima (Furto d’Amore), e che: “non rivelerò mai il luogo / dove ho nascosto la tua”.

     Tutto qui? E no! proprio no: c’è un tenace filo rosso che lega i quadri della silloge Vestito zebrato, un filo che collega tutto ai livelli in cui la creatività lirica va a sciare sul sostegno della ricerca cara al pensiero. La chiave potrebbe essere quella offerta dal titolo, dalle strisce zebrate. Qui per un momento bisognerà spostare tutto il campo e invocare il soccorso della simbologia che ricorre con il nome di “quadrato lungo” nel linguaggio esoterico, con riferimento alle lastre che alternano al color nero il bianco nell’area labirintica dei Templi massonici, come rappresentazione delle corrispondenze tra la Terra e il Cielo, percorso necessario vero la perfezione. Qui si potrebbe giurare sulla diversa intenzione della poetessa, ma, altrettanto fortemente, affermare la subliminale tensione a evocare nell’alternanza dei colori quanto la intuizione della poesia possa oltrepassare le intenzioni razionali per volgersi ad affermare le proprie validità profetiche. Orbene, qui il zebratoe figuralmente una conferma delle tante ironiche ossimore celebrazioni che troviamo nella sillogeora celate sotto le prima lodate formule ironiche, ora maifeste come mometni esistenziali.

Ma non è mai abbastanza certa l’approssimazioni alle verità dei poeti. Meglio apprezzarli per come sono o pirandellianamente ci appaiono.

Mario Grasso

 

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MALERBA A GOCCE

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Leggendo le poesie di Ilary Tiralongo, chissà per quali subliminali richiami e complicazioni, ci è venuto di pensare alle lezioni di umanità contenute in un libro di Same Bellow, intitolato Cerchio magico. Un esemplare saggio, che contiene condensato un quarto di secolo di ricerche svolte dal nostro caro amico studioso, già direttore dell’americano Art Magazine, nonché critico d’arte del New York Times. Cerchio magico è il saggio-biografia su Gertrude Stein.

Curiosa associazione la nostra, se si considera la giovanissima età della avolese Ilary Tiralongo e la significativa proposta di “Malerba a gocce”, suo esordio letterario. Soccorre l’alibi dell’aver colto tra i versi della silloge un’aura d’inconsuete istanze, un sofferto ammiccare a dimensioni altre, rispetto al diapason della consuetudine epocale, come diagramma della generazione dei nati nell’ultimo decennio del Novecento: “Tra sconosciuti mi sento a / casa, viva: / raccolgo gemme tra / ciottoli impolverati. / La verità sta in queste vie, / nel loro vociare: / diversità, brio. Io.” 

 Sia chiaro, non siamo al bureau del rilascio patenti di poeta; la nostra “verità di uno”, pone una motivata ipotesi assumendo la responsabilità dell’onus probandi. In altre parole sentiamo il dovere di esternare un parere sulla ricerca letteraria di Ilary Tiralongo partendo dall’algebra di alcune sue conclusioni che fondono la densità di significati, esiti di una allarmata tensione interiore, a esemplari levità espressive. Qui azzardiamo che possano essere proposte a chiave di lettura dell’intera silloge i versi che citiamo: “Odio tutto quello che ho dentro / e ho fuori tutto quello che metto; / ombrose vesti e sciarpe volanti / fan di me la donna che non c’è, / abiti ambrati e cappelli di chiffon / fan di me ciò che non so”. Affermazione cui fa eco una riflessione ad alta voce, che rivendica la condizione epocale-sociale, assillo delle generazioni eredi del “Secolo breve” (…)da oriente a occidente / l’anima vaga, scappa inquieta, / Cosa ne sarà di noi, / figli di rivoluzioni mai avvenute? / Squilibrati giocolieri dagli occhi ingannati…”.

Argomentazioni queste, che ci sembra possano essere ulteriormente supportate dalla accattivante formula definitoria-definitiva del titolo della stessa plaquette: Malerba a gocce, sapida-ironica locuzione che, di là della sua beffarda allusività a improbabili terapie erboristiche, potrebbe spingere il lettore a un rilancio, tra immaginazione e fantasia, che aggiunga profumi esotici al condimento letterario di base, fino a associarvi una meluschiana avena del diavolo, scomodando, col simbolo delle calorie energetiche, l’algebra di quanto possa urgere, appunto, tra immaginazione e fantasia per uno sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose.

     Insomma, il nostro tentativo a voler smentire la consueta ipocrisia di tutte le prefazioni potrebbe concludersi con un “chi vivrà vedrà”, ma a patto di costituire, fin da ora, da queste dense gocce di malerba, una orgogliosa scommessa a favore di Ilary Tiralongo, eccellente voce di forte autenticità letteraria e che ha e avrà momenti importanti da proporre attraverso le sue scritture, non solo creative.

 

 

 

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MICROPSICHIA

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Quasi non bastasse l’affondo nei/dei sentimenti e nelle ironiche contestazioni, o la dolcezza  non melodica di un linguaggio più nuovo che sperimentale,  c’è persino una “grafite tenera del senno” in questa vibrante silloge dell’esordio letterario di Luigia Pathos Ferro. Giunge, ma dopo,  la sorprendente organizzazione in salmi,  quadrati e colonne con sottofondo  fonico – rollìo di ottave –  e un ammicare sapiente di segni-simboli e cabale a colorare d’insolito questa decisa e "mptovata" promessa di una voce nuova, che prende spazi senza l’impaccio di chiederli. Tieniamola d’occhio, tra micropsichie e schegge di rame, c’è già qui l’imprevedibile di una mina vagante… nella pianura.

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