IL RUOTARE DEI PROCESSORI di Mario Grasso.

Il RUOTARE DEI PROCESSORI

 

Tra le frasi che tramandiamo a mo’ di sentenze c’è (c’era) quella sui libri, o meglio, quella che include i libri tra quanto giunge al momento giusto per confermare una tendenza sociale, un orientamento collettivo, l’affermarsi di una moda. Come a dire che anche un libro, tra titolo e contenuti, può confermare la presenza di uno stato di realtà in arrivo o già quasi in voga. Nei nostri giorni italiani di mille libri al giorno, librerie intasate e lettori latitanti, prova a spiccare il titolo di un saggio come cartina al tornasole degli orientamenti che definiremo culturali per definire il serpeggiare di uno stato di mutazione che si rivela incisivo per tutti: è il saggio intitolato Galateo delle istituzioni, appena arrivato dietro le vetrine delle librerie.

Dai tempi del “Galateo” di Monsignor della Casa non ci sono stati titoli evocativi di “buone maniere”. La stessa voce galateo non solo è desueta di per sé, sostituita come è stata da “educazione”, ma, se evocata non va accolta di là di una allusività più o meno ironica.

La stessa storia della parola galateo non ha origine, come qualche buontempone va suggerendo, da una improbabile radice del sostantivo galanteria. Precisazione che può deludere chi si sia creata tale aspettativa. Galateo infatti è stato il titolo del trattato cinquecentesco scritto da monsignor Giovanni Della Casa, il quale, proprio col titolo dell’opera volle esprimere riconoscenza a chi gli aveva suggerito l’impresa, tale Galeazzo Florimonte, il cui nome, appunto, Galeazzo, nel latino tardo di quella volta, suonava Galatheus. La parola si è poi estesa a indicare un insieme di principi di urbanità, delle così dette “buone maniere” da tenere presenti in tutte le diverse occasioni della vita, da come sedendo a pranzo tenere in mano una forchetta, al gesto di salutare o dar la destra, etc. La pratica linguistica è approdata, fin dai primi anni del Novecento, a sostituire la voce galateo con quella di educazione. Poi, nella seconda metà del Novecento stesso, uno dei maggiori poeti italiani, Andrea Zanzotto, diede per titolo a un suo bel libro di poesia “Il galateo in bosco”. Ma nulla di allusivo oltre a riferire e ricordare che monsignor Della Casa aveva scritto il suo trattato risiedendo isolato, in un bosco. Tutto qui.

Ed ecco che incuriosisce l’attuale titolo Il galateo delle Istituzioni al momento di associare la parola cara a chi l’aveva, cinquecento anni or sono, eletta a titolo di un trattato sulle buone maniere in società, per sdebitarsi moralmente verso chi gli aveva dato l’idea di scriverlo, a confronto con la voce dell’attuale titolo di un libro che individua come destinatari un insieme che va dai politici al parlamento, dai partiti agli organi giudiziari, a quelli scolatici e delle stesse amministrazioni regionali, comunali fino ai forestali e alla polizia di Stato, tutta la composizione della realtà burocratica nazionale, nonché del potere legislativo ed esecutivo di uno stato democratico. I pregi di questo libro non sono pochi, specialmente per quanti, tra i lettori, abbiano superato il quarto di secolo di età. Meno interessati a capirne la grandiosa lezione saranno i giovanissimi e quanti alla data di pubblicazione del libro stesso, oggi, siano ancora studenti delle Medie. E a scendere. Questi ultimi abituati al “galateo della quotidianità internet” – ammesso trovino motivo o occasione per darvi una scorsa – troveranno noioso e impertinente il ricordo di un Alcide De Gasperi che sintetizzava il proprio modo di vedere citando nel latino originario una frase di Cicerone, o di un Palmiro Togliatti che rispondeva in greco con una locuzione di Aristotele, o di un Benedetto Croce che ricordava nel tedesco di Kant la frase che esalta la pratica conveniente alla coscienza che abbia pretese di universalizzare i propri intenti. Povero adolescente e strapovero giovane di domani a confronto con un passato prossimo o remoto di cui non ha alcuna cognizione perché il “galateo” di internet della sua formazione è fondato sulla attualità bruciante.

Noi anziani, si dirà presuntuosamente ma con qualche barlume di coscienza, proveniamo da formazioni legate, più o meno saldamente, al Galateo che cinque e passa secoli fa era stato scritto da un ecclesiastico (tale per consiglio dei Farnese) toscano da un patronimico significativo “Della Casa” e dedicato a un signore il cui nome soleva, quella volta, essere frequentato ancora più nel latino (Galatheus) che nel “volgare”, Galeazzo. Noi, avanti negli anni, in questi giorni di bugie urlate tanto più fortemente quanta è la segreta coscienza-consapevolezza del mendacio che si vuole spacciare per collocare merci e idee scadenti o addirittura guaste, siamo i meno adatti ad ammettere e spiegare quello che non possiamo ammettere, e tanto meno spiegare perché non abbiamo ancora ammesso che il mondo, dal giugno 1979, dopo il primo vagito di Internet in una stanza di laboratorio, non è più quello di avantieri e nemmeno di ieri. Il galoppare dell’informatica procede macinando distanze in progressioni geometriche che non sono più a misura del raddoppiare ma del moltiplicare. E l’aspetto più drammatico non è tanto quello dell’indietro non si torna, che di per sé è razionalmente scontato, quanto la impreparazione delle generazioni che dovrebbero inquadrare e dare un ordine programmato per il futuro delle generazioni dei dodicenni di oggi, che respirano adeguandosi anima e corpo al ruotare dei processori, e poco loro importa se l’America sia stata scoperta da un certo Colombo o da un meglio individuabile  e attuale Matteo Salvini, o che, in occasione del redigere gli articoli della Costituzione italiana, nel dopoguerra anni Quaranta ci sia stato chi parlava in latino, chi citava Kant nella sua lingua e altrettanto chi Aristotele nel suo greco antico.

Dopo il biblico diluvio universale, il buon Noè aveva almeno la possibilità di potersi confidare con gli animali che aveva provveduto a mettere in salvo, ma dopo l’avvento di Internet (non a caso con l’iniziale maiuscola) il passato non è più possibile comprenderlo, né prenderlo in carico,  nemmeno  a volerlo perché c’è il ruotare dei processori che incombe con diecine di inarrestabili novità ogni giorno. La stessa attualità sta diventando utopia da scartare, e non bisogna crucciarsene, perché la vita è divenire. È venuto il momento di studiare modi e mentalità diverse per orientarci e guardare senza pregiudizio quello che non comprendiamo e forse per questa ragione reputiamo errato. Non sono più tempi di galateo, infatti nessuno allo stato delle cose e delle consuetudini sarebbe oggi disposto a isolarsi in un bosco per scrivere regole per le “buone maniere”. Forse non abbiamo occhi e intelletto sufficienti per capire di quanto sono cambiate le regole delle buone maniere, col solo valutare i comportamenti di chi si muove nelle Istituzioni preposte a scrivere le leggi? O il “galateo” vincente di chi urla comiziando nelle piazze insulti, calunnie e bugie, alzando i toni della voce per sovrastare di sé stesso la segreta disapprovazione, di quel residuo di coscienza che si sente mortificata dall’altro di sé stessa. Meglio dedicarsi a non capire il ruotare dei sensori e il galoppare dei processori, saremo coerenti con la logica dei nostri tempi in cui bisogna anzitutto capire che non c’è nulla da capire, forse perché stiamo attraversando il territorio di nessuno dopo cui ci sarà il consolidamento di una nuova identità, forse perché l’uomo si è talmente innamorato del robot da essersi irreversibilmente deciso a identificarvisi.

mariograsso