GOCCE D'ESTATE -. di Stefania Calabro'

GOCCE D’ESTATE

di

Stefania Calabrò

 

“Vi sappiamo bendati nella vista, con le orecchie otturate dalle cere

E’ già fortuna il senno in voi resista al forte plagio imposto dal nocchiere.

Noi siamo seduzione e siamo in pista per invitarvi al bene del sapere

che spezza le catene e rende sciolti, libera dalle bende e dalle cere

spazza le nebbie in cui vivete avvolti.

E intanto il mare ci spinge al dovere per lo strazio dei naufraghi insepolti.

 

(Cfr.  “Concabala” di M.G. ed. Scheiwille, Milano)

 

 

Come gli studiosi avevano previsto, le temperature hanno subito aumenti esponenziali ma pare che, nonostante le varie discussioni e i vari accordi, tra i quali è ricompreso quello di Parigi, la situazione stia degenerando. E purtroppo, ahimè, non si tratta più di immaginare un futuro lontano, ma semplicemente di constatare un progressivo accentuarsi di fenomeni atmosferici sempre più frequenti ed evidenti, con relativo aumento della desertificazione.

Gli esperti parlano dell’ultima come dell’estate più bollente, in tutto il territorio nazionale  (e non) le temperature hanno raggiunto livelli elevatissimi per un periodo eccessivo; a prescindere dall’emergenza per gli incendi dolosi, persino nella bella Toscana, ove raramente risultano essere presenti problemi idrici, è venuta meno l’acqua, bene primario ed essenziale per eccellenza, quel bene che alcuni anni orsono ha altresì condotto gli italiani alle urne per stabilire mediante referendum della sua possibile privatizzazione.

Qualcuno invita ad aprire gli occhi, ad “aprire il paracadute”, facendo risuonare il principio secondo cui Dio l’intelligenza l’ha data divisa, l’ha distribuita equamente a tutti, a uomini e donne, bianchi e neri, alti e bassi. Certo, sarebbe più semplice lasciare che della realtà si occupino altri, seppur poi ci si imbatta nella stessa semplicemente andando a prendere il bagno al mare (in acqua rigorosamente inquinata) ove, sistematicamente, emergono scarpe o indumenti appartenuti a chissà chi, probabilmente a qualche naufrago: il deserto avanza e i popoli costretti da miseria e guerre scappano.

Ripartendo da una buona politica, attraverso uno spirito e una mentalità comune differente, gli esiti delle elezioni politiche sarebbero sicuramente differenti, si limiterebbero rappresentanti innominabili e incapaci, sia a livello locale che nazionale e internazionale, l’acqua forse non verrebbe più a mancare in dosi eccessive e il deserto non avanzerebbe, o lo farebbe in modo ridotto. Insomma una distinzione tra bene e male impossibile da operare se si ritenga politico locale “più figo” colui che inviti gli amici a far festa in località e albergo più cool (…), nonostante i suoi rinvii a giudizio e la sua attività dubbiosamente onesta. Un po' come nel Medioevo, quando i feudatari organizzavano banchetti per evitare sommosse popolari, si accontentava il popolo con tanti sorrisi e del buon vino per qualche giorno, nulla importando che poi, per il resto dei giorni dell’anno, morisse di fame. Così i secoli passano e oggi, a ben vedere, rischia di non essersi modificato nulla rispetto al passato (“Tutto cambi perché nulla in fondo cambi” sosteneva Tomasi di Lampedusa).

Dunque la buona politica, la “virtù di politiche democratiche”, come l’unica possibile a risollevare le sorti di molteplici nazioni, poiché è la politica, se fatta bene, a decidere la quotidianità di ciascuno, volenti o nolenti! Oggi si rivivono invece quegli stessi momenti di confusione, e forse anche del precedente malgoverno, che dovrebbero indurre i grandi partiti a essere modello per gli altri, facendo pulizia al loro interno, eliminando le scorie attive e iniziando ad occuparsi davvero degli interessi dello Stato alla deriva.  Se, diversamente, la malattia viene assorbita in dosi eccessive, tutto il partito finisce per risentirne seriamente, a livello locale, regionale e nazionale.

 

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Sovviene una riflessione circa il ruolo della politica e alla sua forza e/o alla sua inerzia. Il mestiere del politico è estremamente delicato se esercitato in modo serio e rigoroso, non rivolto all’interesse del singolo: il politico la mattina si alza per primo e la sera va a dormire per ultimo, sebbene sia poi criticato, spintonato e tirato da innumerevoli parti, come trattenuto dai fili che reggono i burattini. Emerge il suo ruolo di interprete delle esigenze degli elettori ma al contempo di individuo avulso dagli stessi: al momento dell’elezione, l’eletto non può più essere parte degli stessi elettori ai quali abbia stretto la mano durante i vari mesi di campagna elettorale, ne deve riportare le esigenze in Parlamento  distaccandosene per divenire un rappresentante dell’intera nazione (se non addirittura dell’intera popolazione).

Rilevano al riguardo due concetti distinti eppure connessi, ovvero il principio costituzionale previsto dall’art. 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) e, secondariamente, la necessità di political accountability, espressione difficilmente traducibile in italiano.

Il concetto di accountability è validamente esplicato in un libro di Anna Ascani, giovane parlamentare italiana, ancor prima studiosa di filosofia la quale, riprendendo anche il pensiero di R. Mulgan e M.J. Dubnick, nel definire globalmente il termine scrive : “Per non rischiare di farsi travolgere dall’ampia varietà delle definizioni e degli utilizzi è, dunque, di grande importanza attenersi al core sense del termine accountability:«A è accountable verso B quando A è obbligato a informare B circa le proprie azioni (passate e future) e le proprie decisioni, a giustificarle/spiegarle e a subire punizioni/sanzioni nel caso di un’eventuale cattiva gestione». Dunque … per accountability intendiamo «quei meccanismi che regolano la relazione tra governanti e governati, rappresentanti e rappresentati, che vincolano i primi a rendere i secondi edotti delle azioni intraprese per loro conto (nel loro interesse) e consentono ai secondi di giudicare e, eventualmente, intraprendere azioni contro i primi, sulla base delle informazioni e delle giustificazioni ricevute”  (“Accountability, la virtù della politica democratica”, ed. Città Nuova, 2014, pag. 25).

Sotto il primo profilo, invece, potrebbe emergere un dibattito dai confini non precisi e più o meno polemici. Stabilendo un divieto di mandato imperativo, la nobile ratio dell’art. 67 Cost. invero può rinvenirsi nell’intento di elevare ciascun parlamentare a simbolo, rendendolo libero di compiere le sue scelte e nell’essenza un vero rappresentante dell’intero popolo (inteso come insieme dei cittadini dello Stato), persino dei non elettori. Tuttavia nei fatti ciò appare complicato attesa l’appartenenza dell’eletto a un partito inevitabilmente vincolante (quantomeno nelle scelte di fondo) nei confronti dei suoi singoli componenti, come a dire che le decisioni arrivano sempre dall’alto, sempre da alcune teste.

In attesa di tempi migliori e di una gestione più oculata e meno individualista della cosa pubblica  soccorrono i sorrisi, i sorrisi consapevoli che costituiscono il sale della vita.

Avv. Stefania Calabrò- Foro di Catania-