ULISSE INCATENATO 2 - DI Mario Grasso

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I NOMI COME CONSEGUENZA DELLE COSE E DEI FATTI

 

Curioso e interessante notare nella dichiarazione di Montanelli il riferimento allo Stato negligente al momento di comprendere la opportunità di farsi alleata la mafia. Sottobanco, suggeriva. L’efficacia comunicativa dell’asciutta conclusione del famoso giornalista balza evidente per qualsiasi lettore. E, volenti o nolenti, il pensiero va alle “Trattative Stato mafia” di cui sono state informatrici scandalizzate le cronache degli anni scorsi. E non entriamo nel merito di come tutto tenda a sfumare e la verità a lacerarsi, a frammentarsi fino a ridursi a un punto che aveva sollevato qualche speranza di saperne di più da un giorno all’altro. Attesa vana, da sprovveduti con le orecchie sigillate dalla cera che il” Potere” impone con il garbo proprio dei metodi di persuasione occulta. Niente scandalo dunque: già il Mito ci aveva avvertito; lo stesso Ulisse aveva otturato con la cera i sensi dell’udito della ciurma destinata a non essere informata. Non entriamo nel merito della proposta di Montanelli, anche se essa segna una occasione eccellente per rileggere lo Sciascia di ieri per un verso, e leggere le cronache e le deduzioni sulla attuale vicenda giudiziaria“Trattative Stato/mafia”.

       Ma non divaghiamo ancora, torniamo ai miti, alla ipotesi che essi siano quasi  una “bocca della verità”. Cosa pretendere infatti dal momento che ciascuno potrà trovarsela da solo la verità? Intercettarla tra prove e intuizioni, se non deduzioni. Né chi, come me, rimesta tra fango ormai secco, pietrificato, oserebbe pretendere di più e in contrasto con il Mito. La mia curiosità oscilla tra i fatti e le rispettive origini e, intanto, sfruttando della curiosità quanto viene offerto dai nomi che ci fanno identificare le cose e i fatti. Certo il rischio è enorme, sia perché si racimolerà la figura di chi ara sul terreno arato, rischiando le mine inesplose che i vomeri degli aratri non hanno toccato e fatto brillare,  sia di chi da ultimo arrivato propone la formula per scaldare sostanze liquide a una assise con al centro un fuoco con sopra l’immancabile pentola piena d’acqua  in ebollizione a spese dell’utente ritardatario distolto dal compito di “calarvi la pasta” per i piatti vuoti in attesa sul desco degli affamati.

       Quanti libri sono stai scritti per spiegare la mafia? Il conto si era perduto già nei secoli scorsi e non solo di quelli pubblicati in Italia tra ricerche saggistiche, anche rigorose, senza direquante  tirate romanzeche a mangiapopolo. Vorrei saper dire che non è poi eresia culturale se uno sceglie di impiegare qualche giorno della propria vita a pestare acqua nel mortaio, come avrebbe ripetuto il salace Vitaliano Brancati. Perché vero è che quella volta dell’autore del Bell’Antonio non si aveva sentore di ciò che da lì a qualche ventennio sarebbe stato l’effetto internet, ma è anche vera quella maledizione che abbina la ripetitività dei vizi e difetti umani al nihil sub soli novum, annunciata fin da quella volta dall’Ecclesiaste. E l’acqua calda è servita.

     La curiosità è: perché la voce mafia? Da quale esperienza è venuta fuori? Risate! Risate per le stesse ragioni che ho scritto qui un momento prima e che adesso clamorosamente e da autolesionista contraddico. Infatti la convinzione empirico-retorica sui nomi come prima rappresentazione delle cose e dei fatti bussa con insistenza proterva per questo caso intrigato e sfuggente della origine della voce mafia. Non sono mai stato tra i fanatici di Indro Montanelli, salvo il rispettoso riconoscere i valore dell’intellettuale e professionista non tanto quanto le idee forse più esatte delle mie, ma non affini alle mie. Ma questo è inciso impertinente rispetto al tema che mi sta a cuore. E che in altri anni mi ha stimolato incontrare un certo Michele Pantaleone e a scrivere di sue proterve istanze “scomode” che da prima voce antimafia lo hanno consegnato a sospettato di mafia! Una prova in più ove mancassero prove della potenza esclusiva e imprescindibile della mafia.

        Montanelli ha affermato:” quella mafia aveva un suo codice d’onore, arcaico, rozzo anche sanguinario, seppure con molta moderazione, e non sarebbe mai arrivata al commercio di droga, non avrebbe accettato la degenerazione della mafia in gangsterismo”. “Quella mafia” per dire la mafia che aveva dato il nome a se stessa. O, per dirla educatamente, a tautologia: quella mafia cui era stato affibbiato per la prima volta il significante  “mafia”.(CONTINUA*)

(*) La precedente puntata è stata pubblicata su questo ebdomadario il 24 /09/ 017.