ULISSE INCATENATO - di Mario Grasso.

IL MITO DELLA CONOSCENZA

(divagazione con rinvii)

 Mario Grasso

Pare sia la libertà uno dei momenti che inducono allo scandalo. (Ulisse, rinuncia per un momento alla liberta, si fa legare per non farsi sedurre dal canto delle Sirene, m prima tappa con la cera le orecchie alla ciurma, perché nessuno potesse ascoltare ciò che lui invece ha interesse a sentire). Comincio così questa divagazione in tempi di privazione. Ma anche di confusioni che inducono a capire che non c'è nulla da capire La confusione agevola quello che qualcuno ha definito “Sonno della ragione”. Ci conforta la virtù dei fessi, che, tra l’altro, ricorre alla memoria per inventarsi alibi. Potrebbe essere quest’ultimo momento a stimolare in me ricerche fuori tempo e fuori moda. Ma, ecco, la colpa potrebbe essere tutta a carico della libertà, quel tale “permesso di dire” che non può escludere qualche reazione esterna del tipo testimoniato ne I Promessi sposi quando Manzoni fa commentare allo pseudo- saggio di turno tra la folla (ed ecco la confusione), come eco allo sfogo di Renzo Tramaglino: “Adesso ogni scalzacani vorrà dire la sua”.

      Aperto l’ombrello – e sono tempi in cui piovono escrementi dal cielo – vengo al dunque. Che può sembrare pretestuoso, pur non essendolo nella mia intenzione. La provocazione, infatti mi è giunta sfogliando, a ritroso negli anni, il quotidiano La Sicilia del 22 settembre 1986. Trenta e un anno fa . Squilla nell’intera pagina la dichiarazione del noto storico Denis Macksmit rilasciata a Peter Panton redattore della rivista Speak Up edita dall’Istituto Geografico De Agostini. Ne riportiamo uno stralcio: <<Studiare la storia della Sicilia è sorprendente se si pensa, come penso io, che la mafia è stata probabilmente la forza più importante nella storia siciliana, sa il cielo per quante centinaia di anni. È molto frustrante scoprire che non può essere studiata che in certi momenti usando documenti di polizia che sono molto parziali. Sono convito che la mafia sia un fenomeno naturale, non soltanto in Italia ma in molti paesi del Mediterraneo, dove c’è una lunga esperienza di governi ostili: per esempio la Sicilia era governata da Napoli, c’erano i Borboni, a Napoli, ovviamente erano inefficienti ma erano anche oppressivi, perché parlavano una lingua diversa e i cittadini semplici non potevano comprendere i governatori locali, non li comprendevano perché parlavano una lingua diversa. E così fu naturale che si rivolgessero a organizzazioni clandestine, che avevano un governo alternativo, perché questo era l’unico modo in cui potevano esprimere se stessi. Per questo penso che ci sia una naturale tendenza verso qualcosa come la mafia, nei suoi aspetti positivi direi anche. Quando Garibaldi sbarca in Sicilia nel 1860, come fa a sconfiggere un grande esercito con soli mille uomini? Voglio dire… non si può spiegare tutto questo dicendo semplicemente che è il patriottismo e l’eroismo degli italiani, perché i siciliani non erano patriottici, non conoscevano l’Italia, probabilmente non conoscevano nemmeno la parola Italia, ma odiavano veramente i Borbonici e odiavano il governo ingiusto e qualunque governo, volevano governarsi da soli. E per questo cercarono un’alternativa. E Garibaldi si rende conto di questo, si accorge che sbarcando in Sicilia la sua unica possibilità è quella di imbrigliare questa forza, questa organizzazione clandestina. Così prende con sé quel meraviglioso siciliano, Francesco Crispi, che conosceva la mafia, e in due giorni questi entra in contatto con le varie bande armate di irregolari e non appena queste cominciano ad attaccare l’esercito borbonico e la polizia e a tagliare la gola agli esattori delle tasse, il gioco è fatto. In una settimana Garibaldi conquista l’intera Sicilia. E’ un miracolo che può essere spiegato solo presupponendo che esistesse qualcosa come la mafia. Quello che sto dicendo è che si sta studiando la mafia in un certo modo, un modo non molto giusto: si sta supponendo che essa debba esistere, perché altrimenti non si potrebbe spiegare ciò che accade. Si ricordino i Vespri del 1282, quando i siciliani scacciarono i francesi. Quella fu una tipica operazione mafiosa, mi sembra però che nessuno nei libri di storia lo dice, perché non si può, ma fu proprio il tipico controllo delle bande armate. Tutti in Sicilia tenevano fucili nei ripostigli, pronti a usarli non appena qualcuno avesse innescato il meccanismo della rivolta. Penso che ciò spieghi come gli americani sbarcarono in Sicilia nel 1943, come fece Garibaldi a vincere, come i francesi furono cacciati dall’Isola nel 1282. Spesso si giunge attraverso una sorta di deduzione a credere che debba esistere in Sicilia un qualcosa del quale sappiamo molto poco. Ecco perché ho supposto qualcosa come la mafia, nei suoi migliori aspetti, perché non era niente di tanto orribile, ma a quei tempi era una forma di protesta perfettamente naturale contro un governo ostile e insufficiente, che non parlava nemmeno la loro lingua. Oh, la mafia adesso è una cosa orribile, naturalmente: ma, vede, funziona con lo stesso sistema. Oggi che si possono fare così tanti soldi, in questo modo, sono le stesse forze politiche a trarne profitto. E laddove la mafia era solita avere un suo codice d’onore che era … voglio dire, potevano uccidere, se necessario, ma non erano criminali veri e propri come sono oggi. Oggi si sono accorti che essere criminali permette loro di diventare immensamente ricchi, infatti nel Paese è il modo più rapido per arricchirsi, e perciò l’elemento criminale userà la mafia che nel processo evolutivo cambia totalmente la propria natura.

 

Ed ecco, ancora su La Sicilia del 21 dicembre 1991, una intervista di Raffaello Carabini a Indro Montanelli che pur se a cinque anni di distanza dalle dichiarazioni di Denis Macksmit, si presta a farsi di questa  corollario.  argomento è il terrorismo e gli anni di piombo.  Riportiamo la parte finale dell’intervista: <<Il terrorismo, la contestazione, il pan sindacalismo sono stati tutti fenomeni del Nord, arrivavano a Roma come massimo”.L’

Giornalista: “Il Sud è sempre un po’ fuori dalla storia?”

 Montanelli: “No, non è che il Sud sia fuori dalla storia. Le ideologie al Sud non hanno mai allignato. Il Sud non cova le ideologie, non si ubriaca come il Nord. Poi nel Sud ci sono sempre stati degli elementi torbidi, la mafia, la camorra, la ndrangheta, che non consentono ai pazzerelli di andare in giro a sparare. Il delitto è roba loro. Soprattutto la mafia, che ha più tradizioni, ha sempre creato un suo ordine che non avrebbe consentito i delitti dei terroristi come non consente i sequestri di persona oggi. Io l’ho sempre detto che con la mafia abbiamo sbagliato tutto: lo Stato si doveva alleare con la vecchia mafia per combattere quella nuova, perché la vecchia mafia aveva degli elementi positivi. Io, che ho conosciuto don Calogero Vizzini, ne sono persuaso”.

Giornalista: “Non è pericoloso per le istituzioni allearsi con un contropotere delinquenziale come è la mafia?”.  

Montanelli: “Naturalmente l’alleanza doveva essere fatta sottobanco, non proclamata, neanche la mafia l’avrebbe voluto. Ma si poteva fare, perché quella mafia aveva un suo codice d’onore, arcaico, rozzo anche sanguinario, seppure con molta moderazione, e non sarebbe mai arrivata al commercio di droga, non avrebbe accettato la degenerazione della mafia in gangsterismo. Allora siccome lo Stato non era più in grado, non ha gli strumenti per combattere la malavita spicciola, doveva lasciar fare alla mafia. Facendo finta di non accorgersene, capisci.”

Giornalista: “In che modo avrebbe dovuto avvenire questa alleanza?”.

 Montanelli: “Non dico che il prefetto doveva invitare i don Calò a cena, i don Calò non ci sarebbero andati. Ne parlavo anche con Leonardo Sciascia, che di mafia se ne intendeva, e lui mi dava ragione anche se mi diceva che queste cose non poteva certo scriverle lui. Inoltre c’è di sicuro che una politica diabolica, scellerata, ha impedito il riequilibrio dell’Italia tra Nord e Sud, perché la politica meridionalista in Italia è stata tale che dovremmo disseppellire i morti che l’hanno voluta così, e fucilarli. Perché non si poteva fare di peggio. Anche per colpa dei meridionali, sia chiaro. La classe politica meridionale è una masnada di furfanti. Hanno provveduto soltanto ad ingrassare le loro clientele, del Sud se ne sono strafottuti”.

     A questo punto mi sembra sia opportuno chiudere con una parte di questo complesso e delicatissimo discorso. Chiudere non per concludere ma per un primo invito a meditare su questi due stralci  di interviste pubblicate in altre stagioni politiche, sociali ed economiche. Sono passati molti anni e gli stessi protagonisti di quelle dichiarazioni non sono più viventi. Molti anni lungo i quali molto è cambiato, purtroppo in peggio.

Su questo particolare non saranno in pochi ad approvare. Non solo ad approvare ma sicuramente ad ammettere che quella libertà cui si alludeva in apertura di questa divagazione può essere vissuta solo in presenza del “sapere”, cioé di quella conoscenza di cui si affanna il Mito a dare segnali fin dai tempi di Omero e delle Sirene che Ulisse potrà ascoltare restando legato e impotente a muoversi. L’educazione che rende saggi e liberi e che comincia a essere insegnata (o tutt’altro che insegnata) nelle scuole. C’è un passo nelle dichiarazioni di Montanelli in cui viene evocato il nome e il pensiero di Leonardo Sciascia, il quale lealmente ammetteva che “(quelle) cose non poteva certo scriverle lui”. Siamo al Mito di Ulisse legato che ascolta tutto ma non può cedere alla “seduzione” perché immobilizzato per sua stessa scelta. Ma ecco insorgere un dubbio: perché Sciascia, sicuramente uno dei maggiori moralisti del Novecento, avrebbe affermato che su quegli argomenti non poteva essere lui a scriverne? Eppure, proprio lui ne aveva scritto rivelato e denunciato di cose.Non resta che la formula a me cara e che mi compiaccio puerilmente di ripetere fin dagli anni ottanta del secol scorso nei miei scarabocchi giornalistici e libreschi:"Bisogna capire che non c'è nulla da capire". Mi è venuto spontaneo scriverla la prima volta nei giorni degli "anni di piombo" e poi, con maggiore ricorrenza in occasione di certe "picconate" dell'allora già emerito preidente della Repubblica Francesco Cossiga. Poi ho continuato a scriverla e a pronunciarla, questa locuzione salvifica, forse per compiacimento verso me stesso nei momenti in cui non riuscivo, (come non riesco) a dipanare i fili di certa realtà politica e sociale, e cerco di ricorrere alla imprescindibile riserva  d'ironia che aiuta a evadere ma quanto a frutti altro non rende che quanto fornisce la pazienza, cioé la virtù dei fessi.

mariograsso.

Continua La seconda parte di questa divagazione con documentazioni e rinvii sarà pubblicata in Ebdomadario sabato 30 settembre.

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