IL GESTO DI MODESTIA di Mario Grasso.

MODESTIA

 

 

È la solita esperienza vissuta da Saul quella volta che partito alla ricerca di alcune giumente che il padre gli aveva lasciato per eredità, raccomandando di rintracciarle e averne cura, prima ancora di trovare quanto era stato oggetto esplicitato con insistenza nel testamento paterno, le giumente, appunto,  era venuto di giorno in giorno, con stupore e compiacimento a scoprirsi proprietario di terre e armenti di cui mai il padre gli aveva parlato. Incipit poco compatibile con il titolo che ho dato a questa divagazione. Titolo che, a sua volta, avevo incolonnato in aggiunta ad alcune voci che continuano a stuzzicare aspetti bizzarri delle mie altrettanto peregrine curiosità filologiche: la storia della parola modestia.

    Per esorcizzare il rischio di esagerare nel merito della curiosità, passo subito a riportare dai dizionari il concetto che viene attribuito alla suddetta voce, che intanto viene classificata sostantivo e spiegata come senso della misura proprio di chi, pur valutando positivamente le proprie capacità,  ne riconosce anche i limiti. Ed ecco la modestia come moderazione, contenutezza dell’atteggiamento, del parlare senza vanti o sfoggio di abilità. Insomma, riservatezza.

    La modestia si riscontra specialmente nelle persone di grande valore, si sente dire. Intanto è già curioso notare che in più d’un dizionario  ottocentesco si fanno distinzioni tra la modestia dell’uomo, considerata indizio di animo timido, quindi vizio, e la modestia delle donne, che è sempre virtù.

     “Modestia a parte”, capita di sentir dire, cioè mettendo da parte la modestia,  è  locuzione scherzosa usata nel riferire cose che tornano a lode di chi parla. Ben nota la radice latina in modus (misura) da cui modestia e modestus.

2 – Storia della parola. Ma per questa volta qualcosa non torna a favore della soluzione trovata. Tutt’altro. E va bene, meglio il dubbio. D'altronde parlando di modestia si parte col bon tempo, non è come il parlare  di corda in casa d’impiccati col rischio che qualche risentimento possano avvertirlo gli eredi di chi si era suicidato appendendosi a una corda. Meglio la modestia dunque e il poter restare con Saul ancora impegnato nella ricerca delle giumente allietato dal continuo scoprire altro che giumente negli sterminati possedimenti che aveva ereditato, e di cui probabilmente non avrebbe mai preso cognizione se non fosse stato spinto dalla clausola testamentaria sul doverle trovare ed averne cura.

    Ma non divaghiamo ancora. Mi fermo a insistere sulla storia della parola modestia scomodando la memoria di Pausania. Ed ecco il primo scoglio: Quale dei tre Pausania? Evidentemente l’asiatico viaggiatore autore dei dieci libri sulla Grecia dei suoi viaggi. Uno per ogni regione di allora. Quello della Modestia – maiuscola l’iniziale perché mi riferisco alla statua fatta erigere dal re Icario in una delle piazze più importanti di Sparta, per quella volta. Un monumento. La statua rappresenta una bella donna che con una mano regge il velo col quale nasconde il proprio volto.    Chi le diede il nome di Modestia? Questo è azzardoso  stabilirlo, anche se alla luce di quanto avvenuto verrà spontaneo pensare allo stesso re Icaro. Ed ecco i fatti: Il giovane Ulisse figlio del re di Itaca Laerte, (lasciando salva la diceria che lo voleva figlio di Sisifo) viene dal padre inviato a Sparta, dove l’anno seguente il re Icaro avrebbe concesso in moglie l’unica sua figlia, Penelope, al vincitore di una gara di corsa. Manco a dirlo: Ulisse arrivato primo, aveva vinto ed era divenuto genero di Icario. Il quale Icario al momento di apprendere che la figlia avrebbe seguito il marito a Itaca, era rimasto male. Molto male. Né era riuscito a convincere il genero a restare a Sparta. Infatti questi,papale-papale  aveva fatto presente la propria condizione di erede al trono di Itaca, aggiungendo impietosamente che comunque non sarebbe rimasto un sol giorno in più dello stretto necessario a Sparta, di cui sentiva avverso il clima umido e caldo. E così giunto il momento di invitare Penelope a salire sul cocchio e salutare per sempre la città natale, le si rivolse ad alta voce, presente il di lei padre, ponendole il dilemma: “Penelope cara, se tu vuoi restare con tuo padre fai ancora in tempo a dirlo: decidi adesso, resti o vieni con me a Itaca?” Penelope non profferì parola si limitò, elegante nel gesto, a coprirsi il viso con il velo e a uscire di casa  senza nemmeno voltarsi seguendo Ulisse.

   Icaro aveva inghiottito amaro. Ma era abbastanza saggio per capire, e da saggio aveva ordinato al più valoroso scultore della città di predisporre una statua a misura umana che riproducesse la sagoma di Penelope nel gesto di coprirsi il volto. La statua, conferma Pausania reca alla sua base il nome Modestia.

3 – La storia della parola a questo punto potrebbe essere stata perfezionata. L’uso del condizionale salva. Infatti senza necessariamente essere dalla parte dei pignoli, qualcosa manca. Difetta un soddisfacente resoconto sul codice linguistico di cui si era servito Icario spartano e re della su stessa terra. Sembra tutto evidente. Sembra.

Come per il làscito delle giumente a Saul. Eppure proprio da tale caso esemplare dobbiamo prendere atto. Si capirà che qualcosa difetta, intanto la ricerca qualche piccolo frutto lo ha fornito, fosse solo quello di farci ricordare di una Penelope cui il padre aveva fatto erigere un monumento imponendole, lei ancora in vita, un nuovo nome: Modestia a ricordo del gesto di nascondere il viso al momento di emanciparsi per sempre dal ricatto affettivo del padre. Aggiungeremo al gesto di Callicle quello del segno di Penelope? Si è capito: ci sono altre giumente da rintracciare.

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