RACCOLTA DI FIRME PER UNA NUOVA SANTA PALERMITANA. di Mario Grasso

 

 

QUIETISMI E INQUIETUDINI

 

Questa divagazione è goliardicamente dedicata alla scrittrice palermitana avv.Laura Rizzo.

    

La parola quiete merita qualche attenzione e non solamente perché i dizionari ne spiegano il significato in modo quasi sibillino, suggerendo che si deve immaginare la mancanza di moto in un corpo presupponendo la impossibilità che tale stato possa verificarsi nell’universo, e per questa ragione si debba intendere come quiete apparente in un determinato corpo o ambito. E aggiungono, i dizionari, come essendo molteplici le possibilità di traslati ci si possa orientare scegliendo tra calma, serenità, tranquillità di stati d’animo, disposizioni psicologiche dell’indole personale, o del paesaggio, o delle condizioni atmosferiche (La quiete dopo la tempesta, ci indica ancora Leopardi, il quale non esita ad accelerare sul tema in altra occasione lirica, fingendo “profondissima quiete” in omaggio all’Infinito , una volta superata la siepe che “di tanta parte l’orizzonte occlude”). Quiete è anche lo stato di “grave sonno” come ha intitolato Giovanni Raboni uno dei suoi ultimi libri di poesia. Ma non si vuol dire, con queste citazioni di poeti, che la quiete sia solo nelle riflessioni dei creatori di sogni. Infatti se ne sono occupati i legislatori dando peso di reato da codice penale alla norma contro chi osa disturbare la quiete notturna.

2 – Da quiete sono scaturite voci come sostantivi, aggettivi, verbi: da quietare a quietanza e quietanzare, da quiescere a quiescenza e altre ancora, tra cui l’obliato quietismo, che l’italiano ha ricavato dal francese quiétisme e che ha dato il nome a un movimento religioso, nel XVII secolo, severamente condannato dalla Chiesa cattolica. La sua tesi invitava a raggiungere lo stato mistico con l’abbandono totale della propria volontà a quella del volere di Dio; quindi in assenza di qualsiasi ritualità e/o pratica religiosa indotta da sacerdoti e sedi di preghiere e celebrazioni. Tale movimento inquietò – per dirla con l’ossimoro del quietare – seriamente l’autorità ecclesiastica del tempo che vi riconobbe il principio del proprio quieto vivere (e pingue) con tutto l’universo di istituzioni proprie, con sontuose sedi per preghiere, sante messe, ritualità varie tai battesimi alle cresime dai matrimoi al funerali. E il tutto aministrato da legioni di ministri addetti al culto, predicatori, confessori, elargitori di indulgenze, in una sola parola della strarpante presenza di mediatori di vita eterna in paradiso.  Ed ecco la reazione dura, impietosa, atroce della Chiesa collaborata dal braccio del Sant’Uffizio e dell’altrettando santa Inquisizione. Delle cui memorabili imprese sono rimaste terrificanti testimonianze in Sicilia e ne diremo di una esemplare, qui stesso subito dopo aver ricordato (a noi stessi) che il maggior predicatore del Quietismo è stato il teologo spagnolo Miguel de Molinos (Muniesa de Aragon, Saragozza, 1628- Roma 1696) che per la sua eretica teoria venne condannato con la bolla Coelestis Pastor che lo relegò fino alla morte nel carcere del Sant’Uffizio.

3 – In Sicilia il Quietismo aveva fatto abbastanza breccia, e comunque si è fregiato di almeno due vittime illustri, il frate agostiniano, Romualdo, fervente seguace delle prediche di Miguel de Molinos e la sua allieva spirituale Gertrude Maria Cordovana. Quest’ultima da vera e propria pasionaria ante litteram non si era peritata di sfidare gli inquisitori al momento del processo intentatole. Il canonico Mongitore nei suoi resoconti del processo evidenzia la protervia con cui la Cordovana aveva contrapposto all’invito a convertirsi al dettato degli inquisitori le ragioni della propria scelta di fede quietista. Donde la prima condanna al carcere motivata dalla verbalizzazione dell’oltranzismo orgogliosamente esibito dalla Cordovana. E tutto sarebbe finito con il carcere nel quale era stata rinchiusa nel 1699 prima ancora della conclusione del processo celebrato nel 1703.Trascorsero ben venti anni di interlocuzione fino al 1720, quando le mutate condizioni politiche in Sicilia diedero agio all’inquisitore generale di Spagna, che aveva la sua sede a Vienna, di pronunciare la condanna al rogo per la “spavalda e orgogliosa” Maria Cordovana. Ed ancora il canonico Antonio Mongitore a testimoniarne la fine della Cordovana nel rogo, testimoiare con una descrizione la cui efficacia lascia nel lettore del terzo millennio il dubbio sulla qualità del supplizio patito dalla quietista presuntuosa il 6 aprile 1724 e l’innocente sciolto nell’acido a fine Novecento. Tra una esecuzione di condanna in nome della Chiesa del Sant'Uffizio, quella oscura volta, e una esecuzione mafiosa dell’altro ieri.

Scriveva e si legge a un certo punto della sopra citatatestimonianza il Mongitore: “ (…) Indi si diede fuoco alla sopravveste di pece, se forse l’ardor delle fiamme le facessero aprire gli occhi: ma conoscendosi tuttavia ostinatissima, si diede fuoco alla legna della fornace disotto che, consumando le tavole, sopra le quali sedea l’indegna, piombò dentro di essa e vi restò consumata: spirando l’anima per passare dal fuoco temporale all’eterno.”

4 – Il canonico Antonio Mongitore qualche compiacimento non lo cela e se ne dà ragione puntellandosi con le reazioni della Cordovana durante ilprocesso. Reazioni che la dicono lunga ed estesa sulla tempra di questa donna, che non sfigurerebbe se accostata alle sante martiri venerate nelle chiese di tutto il mondo cattolico, apostolico e romano della contemporaneità, e forse del futuro, visto che è di coerenza nella fede che difetta sempre di più. E non importa di quale genere, perché un caso di quietismo come quello di fra’ Romualdo agostiniano di Palermo, nella sua qualità di padre spirituale della Cordovana, non si riuscirà a capirlo nei nostri giorni di robot, che pur essendo tali a volte dirazzano e scombinano e scompaginano programmi persino di lanci satellitari.    

Non ce ne vorranno i canonici Mongitore di oggi ma resta poco da appulcrare al momento di tentare uno straccio di confronto sulla evoluzione della coscienza umana, partendo non tanto da quella volta con Adamo ed Eva o da Caino, ma proprio dalla vita microbica per arrivare alle ricerche delle nuove frontiere della mente sull’Es. Quanto al cenno all’effetto rogo da confrontare con l’effetto dello sciogliere nell’acido non c’è che da dovere ammettere che la vittima è stata sempre l’innocenza. E quanto al cenno per le martirizzate, ironia a parte, una santa Maria Cordovana non escluderei che di miracoli ne abbia fatto da quel lontano sei aprile 1724 a oggi, e sono molto più evidenti da quelli attribuiti a certe sante i cui casi di esistenza si attende ancora che siano provati come per santa Venera. In fondo sarebbe meglio non proporre confronti, si potrebbe scoprire che anche per questa volta la soluzione sarebbe un perplesso distinguere tra lane di pecora e di capra. Frattanto non escluderei una campanilistica presa di coscienza delle donne cristiane di Sicilia, specialmente palermitane come lo fu  l'impetuosa e sfortunata Cordovana. Una coscienziosa rivendicazione documentata da vibrante richiesta di beatificazione dell’eretica bruciata viva perché quietista, Gertrude Maria Cordovana.

mariograssoscrittore.it