SUL RASCHIARE IL BARILE (ovvero) LE SPALLE COPERTE - di Jole Gustalti

Le spalle coperte

 

La signorina R.M. si vergognava di mostrare il bottino. Bottino, infatti. Perché il piacere di concedersi un auto-regalo era, una volta giunta a casa, menomato dall’inattesa sensazione di aver rubato.

R.M. aveva un gruzzolo di risparmi, per lo più doni di ricorrenza da parte di parenti più o meno spinti da consuetudine, che teneva chiusi in un cassetto nell’attesa di un’occasione importante, un viaggio, un corso di formazione. D’altronde non lavorava ancora, viveva con i suoi e era ancora soggetta all’usuale consegna domenicale della fantomatica paghetta, paghetta che negli anni si rimpolpava con l’incremento delle quotidiane esigenze. Prima il cinemino con le amiche, poi la sempre più ricorrente benzina per la macchina. A quella, si aggiungevano gli extra senza che ciò fosse presentato come un peso.

R.M. stava decisamente crescendo e, sebbene fosse presto, non era nemmeno troppo presto per godere di una propria indipendenza economica, da gestire a proprio piacimento, da destinare a ogni sorta di dovere e di diritto, dalle incombenze imprescindibili ai capricci femminili, che divenivano più impellenti quanto più in certi periodi di ritrovava turbata. Come allora, in cui la sensazione era quella di esser stata privata di qualcosa dove adesso stava un vuoto da rimpiazzare. E allora ci si faceva un regalo. Ci fu un periodo in cui R.M. spese talmente tanto in vestiti e scarpe da liquidare ogni risparmio, sebbene la cifra accantonata non fosse chissà quale patrimonio. E andò via in quasi un anno. Nulla di che, se quei soldi li avessi guadagnati, e soprattutto se ne avesse ancora.

Ma ciò che più generava e nutriva la vergogna erano quei momenti in cui, insufficiente o liquidata la simbolica paghetta domenicale, già ormai imbarazzante pratica di per sé, R.M. doveva accostarsi al padre e presentare la propria esigenza economica. A partire dalla consapevolezza dell’inadeguatezza di quella vergogna, data la giovane età e dal momento che non aveva lavoro, subentrava la ulteriore razionalità del padre a spiegare come fosse del tutto legittima quella richiesta, naturale, per mille motivi che dovevano togliere dal volto e dalla mente di R.M. ogni esitazione, ogni remore. Un padre serviva anche a quello, d’altronde, no?

Eppure, se pensava a come si era potuta ridurre in quel modo, finiva per trovarsi di fronte all’incertezza di scegliere tra lo sciocco e il triste, perché, pensandoci, era davvero da un’eternità che lei non faceva più alcuna richiesta ai suoi, ritiratasi in una politica autarchica di cui il fronte monetario non rappresentava che la punta dell’iceberg e il simbolico veicolo di ben altri contenuti, ben altri scambi, ben altre reciprocità. Al “hotel M.”, tolta l’eroica e perseverante tolleranza alle raffiche di violenza verbale e psicologica sfreccianti nell’aria come in una gara di magia, cos’altro lei veicolava in quelle relazioni, e cos’altro riceveva, cosa dava, cosa chiedeva? Aveva smesso di chiedere nell’implicita rassegnazione a non poter ricevere.

Sottigliezze che sarebbero sfuggite a ogni comprendonio, ma non alla sua mente analitica. Eppure era una delle più diffuse pratiche dell’umanità, rifiutare ciò che non si poteva avere.

Così attingeva al gruzzolo nel cassetto non solo per sempre più ricorrenti auto-regali, in parte probabili tattiche compensativo-riparatorie, ma anche per quotidiane spese tra benzina, cinema, parcheggio, panino, casello autostradale, commissioni. Trattava i familiari regali natalizi come fossero il suo stipendio annuale pur di non affrontare il gravoso compito di domandare.

Così, più comprava, più nascondeva nell’armadio bypassando la fase di condivisione del “guarda, mamma, cosa ho preso di bello!”. Che nessuno sapesse del suo misfatto.

Certo c’era anche da dire che non è che la sua famiglia navigasse nell’oro. Condizione a cui si aggiungevano contrastanti atteggiamenti nei confronti del denaro: il padre di R.M. amava definirsi parsimonioso, sua madre amava definirlo tirchio, la quale, dal canto suo, era stata in passato un po’ scialacquona e, a seguito di un investimento avventato, aveva finito per indebitarsi. Essere in cinque in famiglia, con tre disoccupati, non avvantaggiava le tasche.

E il gruzzolo dimagriva a ogni auto-carezza: vergogna nell’attingere, vergogna nel chiedere. Che nessuno sapesse, che nessuno biasimasse.

Ma al verde ci giunse, R.M., prima o poi, e chiese. Così i suoi iniziarono a dare; la lista dei desideri bloccata dalla momentanea indigenza, ricevuta la lezione, stordita non si era ancora ripresa dal torpore che, passeggiando, R.M. scorse in una vetrina una vestaglia che da molto tempo cercava e finalmente era lì, come l’aveva sempre immaginata, come le serviva per la stagione estiva. Sostò per qualche secondo, quanto bastasse per compiere qualche operazione matematica, per accorgersi di avere in tasca abbastanza per quell’acquisto e al contempo per restar con le spalle coperte per due settimane di benzina, settimane durante le quali sarebbe giunta la solitamente snobbata paghetta a coprir nuovamente le spalle.

Un pensiero le balenò. È ciò che accade a vivere in periferia e nell’inefficienza dei mezzi pubblici, quando le macchine investono le biciclette e la metro è ancora in fase di implementazione? Poi pensò che stava divagando.

Iole Gustalti