UN ULISSE CHE PORGE L'ALTRA GUANCIA - di Mario Grasso.

FINALMENTE  A ITACA

Salvatore  Agàti è costante navigatore solitario nel mare delle scritture poetiche, narrative e storiche, ci vorrebbe una minibiblioteca aperta per collocare e  censire in altrettante monografie analitiche le sue opere. Che di volta in volta celano un destinatario e una destinazione, specialmente quelle della rivisitazione storica del territorio etneo, con al centro la città di origine dell’autore, Randazzo. E va bene. Sono documenti e testimonianze aere perennius che l’ex preside, l’ex docente, l’ex sindaco, l’ex assessore provinciale alla cultura, l’eterno sodale generoso e puntuale non ha mai smesso di esitare. Tra queste la poesia ha avuto un suo posto eletto a specchiare occasioni e momenti autobiografici del poligrafo professore di matematica. La poesia anch’essa come testimonianza, da Eccomi commosso e riverente ricordo del padre, a Itaca è ancora lontana, a una impegnativa e scientifica ricerca quasi in omaggio alla propri estrazione algebrico-pitagorico-euclidea, con la sorprendente silloge di liriche in Alla ricerca dell’undici. Il romanzo Per continuare a vivere del 1990, appartiene anch’esso alla categoria lirica, perché la prosa di Agati è un continuo melodioso canto, in armonia con le suggestioni della sua formazione “classica”. A questo punto dribbliamo il resto per proseguire oltre e non citare la saggistica di Agàti, come da cenno generale abbozzato prima. Rinviamo per  una più esaustiva informazione alla bandella del più recente dei lavori che Agàti ha fatto pubblicare: Finalmente a Itaca (Il Convivio editore, pagg. 50 - €10,oo - 2016). Una silloge di condensati poematici in 23 corposi capitoli, avallati da una illuminante  e totale lectio di Nicola Mineo e da una sontuosa postfazione dell’ex preside Alfonso Sciacca.  Su questo recente lavoro però l’Agàti di sempre gioca la sua partita a carte coperte. Ed è proprio il titolo a fungere da primo deviatore. Ci si predispone a un resoconto autobiografico più o meno alluso e ci si impelega in una riscrittura di motivi omerici a mo’ di capricciose sinossi ordinate a  costruire un mosaico cavalcando un linguaggio di stretta osservanza ottocentesca d’aura cara ai classici più classici dei traduttori dell’Odissea. Ci si chiede: chi glielo ha fatto fare? Se la poesia è anche (o soprattutto?) linguaggio, infatti, ci si chiede quali segnali di “retroguardia” letteraria voglia proporre il poeta di Randazzo, che è lo stesso autore di altre scritture creative di chiara avanguardia moderna. Né una sinossi ideale del capolavoro di Omero esigerebbe una resa linguistica così apertamente ossimora rispetto all’epoca di internet e delle comunicazioni immediate e intercontinentali. Un bizzarrìa si potrebbe arguire. Ma poi, memori delle trappole care proprio ai poeti quando si divertono a complicare espressività e contenuti ci accorgiamo fortunosamente di una ineludibile e imprescindibile chiave di lettura che  lealmente Agàti consegna ai lettori fin dal primo quadro, a pagina tredici, avvertendo: Per ritrovare il senso e il valore / della vita, quegli umori ancestrali, / quelle fiabesche armonie / quel pane saporoso di grano duro / e quant’altro (…). E si sgretola subito tutto il castello di contestazioni che avevamo supposto di rivolgere alla sensibilità letteraria di Agati,  e accettiamo d’un sol colpo tutte le elaboratissime resurrezioni linguistiche che l’autore ha provocato nel suo poema riscritto in sinossi. Ma non finisce qui. La sorpresa la troviamo  a pagina 34 dell’opera, quando Agati ci fa imbattere in un Ulisse improbabile,un Odisseo che pronuncia e ripete la parola “peccato”. Il preludio lo avevamo intercettato nei momenti del travaglio interiore dell’eroe di Troia  tormentato dai ricordi e dagli “scrupoli”, un Ulisse carente di ansiolitici in anima moderna, un eroe divenuto antieroe  lacerato interiormente. E infine come per un sorprendente e improbabilissimo deus ex machina ecco ergersi su tutto il percorso fin qui rievocato un Ulisse mai prima esistito, l’antieroe tutto figlio di Agàti, che riassume l’insegnamento di Gesù Nazareno nel significato ulteriore delle sue parole al figlio Telemaco, invitato cristianamente ad “amare il prossimo tuo come te stesso e perdonare le offese ricevute”, perché null’altro che questo vogliono dirci i versi lapidari e definitori che danno significato conclusivo al capitolo che precede quello di chiusura e intitolato “Mio diletto Telemaco”. “ Ricordati, o figlio, di non cadere giammai nelle trame / che mi videro a Troia, e anche dopo la sua rovinosa caduta / costruire ingordi tranelli, per poi farmi passar per pietoso / quando, invece, l’empietà ha la mia vita del tutto macchiato . / Ricordati di valutare e  apprezzare chi accanto ti sta / sempre, sì, come un amico, un compagno, un congiunto, un tuo familiare”.                       Qui si chiude la nostra riflessione per dare ancora una volta atto a Salvatore Agàti di una testimonianza di alto valore, (escludendo il pur laboriosissimo impegno, l’acribia dimostrata del ricostruire moduli e aure linguistiche di traduzioni pregresse e scolastiche)  proprio perché abilmente e magistralmente inserita in un contesto apparentemente autocelebrativo (Finalmente a Itaca) –  pur riconoscendo aprioristicamente che qualsiasi argomento un autore tratti altro non fa che descrivere se stesso –  ma realisticamente adatto a essere utilmente e preziosamente destinato a sussidiario per le Scuole Medie degli studi omerici, anche per la sua doppia funzione pedagogica che contiene tra l’invito letterario fedele all’originale omerico, la invidiabile sintesi del poema, che agevola la pratica didattica al momento del commento e che dà il destro per un confronto che esalta il passaggio dai “tempi degli déi falsi e bugiardi” a quelli del pensiero moderno del cristianesimo e del messaggio evangelico.

mariograsso